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La grande politica - A palazzo Farnese, aveva stabilito la residenza estiva

Einaudi, un caprolatto al Quirinale

di Renzo Trappolini
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Luigi Einaudi

Luigi Einaudi

Caprarola – La Tuscia non ha dato alle istituzioni repubblicane solo consiglieri regionali, parlamentari, un presidente di regione (Rodolfo Gigli), un ministro (Giuseppe Fioroni), un segretario generale del Csm (Donatella Ferrante), un giudice costituzionale (Aldo Carosi) ma anche un capo dello stato.

Luigi Einaudi, infatti, era cittadino onorario di Caprarola perché lì, nel palazzo Farnese, aveva stabilito la residenza estiva dove continuava ad adempiere agli impegni costituzionali come l’accettazione delle dimissioni dell’ultimo governo De Gasperi, le consultazioni, la nomina del governo Pella.

Proprio con De Gasperi, il grande economista liberale, governatore della Banca d’Italia, ministro del bilancio (ma per alcuni giorni anche del tesoro e delle finanze e vice presidente del consiglio) fece uscire il paese dalla miseria post bellica e dall’isolamento sui mercati finanziari e industriali del mondo restituendo alla lira il valore che le bombe avevano disintegrato.

Lo fece con una manovra di grande coraggio quando nel 1947, agli albori della repubblica, senza soldi nella tesoreria statale, lasciò galoppare il credito bancario che andava a “finanziare – come ha scritto Guido Carli, suo allievo e mitico successore in Banca d’Italia e al Tesoro – accaparramenti di merci, importazione di beni, consumi e, ovviamente, aumento di prezzi. Un’ondata di liquidità che sospinse la ripresa economica e forse contribuì ad evitare la rivoluzione armata comunista”.

Mentre si scriveva infatti una Costituzione ancorata alle culture cattolica e marxista, De Gasperi ed Einaudi costruivano alacremente una “costituzione economica” liberista di fatto, che ponevano “al sicuro, al di fuori cioè della discussione nella assemblea costituente”.

Se da un lato però, con lo scioglimento dei cordoni delle banche Einaudi riattivava gli impianti industriali e metteva denaro nelle tasche dei lavoratori, dall’altro, da convinto fautore di uno stato poco interventista in economia, aderiva alle istituzioni monetarie internazionali (Fmi, Banca Mondiale, Oece, Gatt), sottoponendo la lira in ripresa a regole e vincoli di sistema. Creava strumenti per mettere le briglie alla galoppata del credito e promuoveva l’approvazione dell’art. 81 della Costituzione per assicurare che nessuna spesa potesse farsi senza una corrispondente copertura nelle voci di entrata. Un errore concettuale, forse, questo, derivante da quella idea liberale di “stato minimo” incompatibile poi con lo sviluppo dello stato sociale che, a partire dagli anni settanta, avrebbe determinato la produzione di leggi a protezione della salute, della previdenza, della scuola, del lavoro, le quali non possono trovare copertura nel bilancio annuale ma nello sviluppo dell’economia che quelle stesse leggi andavano a promuovere.

Dibattito vecchio e sempre nuovo, come vediamo oggi, tra rigore delle cifre ed esigenza di rispondere ai bisogni del cittadino-persona, fidando nel moltiplicatore che le risposte date ad essi con le leggi il cittadino-consumatore metterebbe in movimento.

Al Luigi Einaudi liberale ed alla fiducia accordatagli dal cattolico De Gasperi si deve dunque il reinserimento dell’Italia nell’economia mondiale, avendo a mente tre cose.

La prima, il passaggio dalla autarchia al libero scambio sul presupposto che “quando si piange troppo sulla disoccupazione inevitabile e la necessità di proteggere da soli il corpo malato dell’economia è un brutto segno”.

Poi, la prudenza, “la sapienza” nel governare i fenomeni complessi come l’industrializzazione del sud per la quale occorreva rispettare i tempi necessari, evitando la tentazione di finanziare col pubblico denaro cattedrali nel deserto. Einaudi spiegava in proposito che “non si può promuovere un processo di sviluppo se non si suscita un livello più elevato di istruzione, anche civica, e quindi una più diretta partecipazione”. Insomma,“lo Stato doveva costruire lo Stato laddove esso era cronicamente mancante”.

La terza, la creazione di una federazione europea a cui affidare moneta e difesa comune. Tema tuttora inattuato o attuato solo parzialmente con gli squilibri conseguenti che ci affliggono. In sostanza, libertà, concorrenza e creazione di un potere sovranazionale fondato su parziali cessioni di sovranità, in grado di affermarsi sui mercati facendo andare di pari passo l’unione monetaria con quella politico-militare.

Un cammino poi sviluppatosi, purtroppo, sghembo, zoppo.

E la zoppia fisica, di cui Einaudi soffriva, fu un cruccio che egli manifestò subito al giovane Giulio Andreotti che, alle sei del mattino dell’11 maggio 1948, gli comunicava la candidatura a presidente della Repubblica. In verità, accennò pure al voto per la monarchia che aveva espresso nel referendum istituzionale, ma la preoccupazione di come avrebbe potuto passare in rivista i picchetti d’onore con la gamba zoppa sembrò maggiore.

Il primo presidente della nuova Repubblica italiana fu dunque un monarchico che nel 1919 era stato nominato senatore del Regno in quanto membro della Regia accademia delle scienze da più di sette anni. Intervenne spesso in aula soprattutto su temi economici e finanziari. L’ultima volta sulla legge delega al governo Mussolini per la riforma delle tasse, che, sostenne, “sarebbe stato un meschino strumento se non ci fosse stata l’adesione del popolo”. Dopo quella seduta non parlò più in senato e si ritirò nella sua università a Torino.

Si fa per dire ritiro, perché grande fu la sua attività scientifica e divulgativa anche dalle colonne del Corriere della sera, convinto com’era che di economia si dovesse scrivere con spiegazioni semplici: “nessuno tema di abbassarsi al comandamento che si deve parlare al cittadino indotto e che ha prima e meglio dei dotti il diritto di essere informato delle notizie di pubblico interesse”

Dopo l’8 settembre, riuscì a varcare il confine “a piedi nel freddo delle Alpi” e a riparare in Svizzera fino alla liberazione di Roma, dove tornò per assumere il compito di governatore della Banca d’Italia che dai tedeschi era stata spogliata delle riserve auree (compreso il tesoro del Negus, retaggio coloniale) e scavalcata nel potere di emettere lire dagli anglo-americani che misero in circolazione le Amlire.

Aveva settant’anni ma l’energia richiesta ad una giovane democrazia secondo un modo di agire che aveva così descritto a Giovanni Amendola, il liberale padre di uno dei più illuminati capi comunisti, Giorgio: “A me secca solo di venire a Roma e perdere tempo. Se si tratta però di stare anche tutto il giorno a lavorare verrò sempre”.

Nella capitale, insieme alla moglie Ida che mai lo abbandonava, prese dimora al Quirinale, il palazzo dei re e prima dei papi. Pur mantenendo la solennità dei luoghi e dei riti, compresi i corazzieri a cavallo per i quali fu oggetto di critica, il suo stile rigoroso e “sparagnino” è rimasto insuperabile. Dicono che in un pranzo non ebbe remore a chiedere all’ospite di condividere metà di una mela, dato che lui non l’avrebbe mangiata intera.

Sobrietà, parsimonia e risparmio furono la cifra distintiva della sua vita pubblica e privata. Diceva: “Nonostante quello che possiamo inventare per scoraggiarli, milioni di cittadini lavorano, producono e risparmiano”. Un comportamento che il presidente Einaudi ritrovò nei suoi concittadini di Caprarola, “nobile paese laziale – narrò il cinegiornale dell’epoca La Settimana Incom del 15 ottobre 1948 – dove anche la cordialità prende un’impronta di grandezza”. Ovvio che Luigi Einaudi ci si trovasse bene.

Renzo Trappolini


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30 settembre, 2018

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