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Criminalità organizzata - Camorra - Bocciati dalla cassazione i ricorsi presentati - Lei resta in carcere - Ai domiciliari l'uomo, un sottufficiale dell'esercito - La coppia è stata fermata il 30 maggio dell'anno scorso

Favorirono boss latitante nella Tuscia, rimangono agli arresti marito e moglie

di Silvana Cortignani

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Giuseppe Simioli

Giuseppe Simioli

L'arresto di Giuseppe Simioli

L’arresto di Giuseppe Simioli

L'arresto di Giuseppe Simioli - L'idromassaggio in casa

L’arresto di Giuseppe Simioli – L’idromassaggio in casa

Viterbo  –  Avrebbero favorito la latitanza del boss della camorra, confermate sia dal riesame che dalla cassazione le misure di custodia cautelare inflitte a una coppia di cinquantenni viterbesi arrestati il 30 maggio dell’anno scorso.

Lei resta in carcere, lui agli arresti domiciliari.

Sono stati bocciati anche dalla cassazione i ricorsi presentati da una coppia di coniugi, agli arresti da quasi un anno con l’accusa di avere coperto, dietro compenso, la fuga nel Lazio del boss latitante Giuseppe Simioli, ras del clan Polverino.  

L’udienza risale al 21 novembre 2018, mentre sono state pubblicate il 23 aprile le motivazioni. 

Si tratta di una 50enne originaria di Vetralla e di un sottufficiale dell’esercito 52enne di Viterbo, Silvia Cordeschi e Andrea Morricone. Sono stati arrestati il 30 maggio 2018, assieme a un terzo indagato, cugino della donna, dai carabinieri che hanno dato esecuzione a un’ordinanza del gip di Roma, emessa su richiesta della procura distrettuale antimafia della capitale.

Per avvertire il camorrista e la compagna dell’arrivo della cinquantenne, che avrebbe fatto anche da vivandiera, sarebbero ricorsi a squilli e “emoticon”. E’ quanto emerso dal secondo filone di indagine, che ha viaggiato su un binario parallelo rispetto a quello degli inquirenti napoletani.

In particolare avrebbero assicurato a Simioli il reperimento di abitazioni in cui trovare rifugio nelle località di Pavona, Rocca Priora, Frascati, Grottaferrata, Campagnano Romano e Viterbo, il tutto intestando a sé o a terzi i contratti di locazione dei relativi immobili e versandone il canone di locazione.

Marito e moglie hanno presentato ricorso contro l’ordinanza con cui il 16 giugno dell’anno scorso il tribunale del Riesame di Roma ha confermato la misura della custodia in carcere nei confronti della 50enne e sostituito la misura carceraria con quella degli arresti domiciliari per il 52enne, ritenuti entrambi gravemente indiziati del reato di favoreggiamento personale aggravato.

Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero aiutato Simioli, uomo di vertice del clan mafioso Polverino, raggiunto da quattro ordinanze di custodia cautelare e latitante dal 2011, a sottrarsi alle ricerche da parte del reparto operativo dei carabinieri di Napoli.

La moglie, in particolare, avrebbe assicurato a Simioli il reperimento delle abitazioni dove trovare rifugio, trasportato la compagna e i figli avuti con la donna presso le stesse abitazioni, assicurando loro la convivenza e svolto compiti di vivandiera. Il marito, invece, avrebbe traslocato le masserizie di Simioli da un covo ad un altro, previo noleggio e guida di mezzi idonei e installato impianti di videosorveglianza presso le abitazioni che ospitavano Simioli.

Il tutto fino al 26 luglio 2017, quando Simioli fu arrestato dai carabinieri al semaforo di viale della Resistenza, a Ronciglione, mentre viaggiava in auto in direzione di Viterbo con la cinquantenne, secondo l’accusa diretto verso un nuovo nascondiglio. All’epoca era latitante in una lussuosa villa di Campagnano Romano, un resort nel verde con vasca idromassaggio, alle porte della capitale. 


Il video della cattura del boss Giuseppe Simioli


“Il tribunale ha indicato le condotte di favoreggiamento in concreto tenute dai ricorrenti, ha spiegato i fatti e le ragioni che hanno indotto a formulare un giudizio di gravità indiziaria quanto alla piena consapevolezza di Cordeschi e Morricone dello stato di latitanza di Simioli, ha chiarito come le dichiarazioni della convivente del latitante abbiano trovato riscontro in ulteriori risultanze investigative”, scrivono i giudici della suprema corte, motivando l’inammissibilità dei ricorsi presentati dalla difesa della coppia viterbese.

Gli ermellini inoltre sottolineano “la professionalità dei comportamenti dei ricorrenti che, con una serie di accorgimenti e previa retribuzione, avrebbero contribuito ad assicurare per un lungo periodo la latitanza di Simioli, soggetto di elevata caratura criminale”. E ancora: “E’ stata correttamente valorizzata, al fine del giudizio negativo sulla personalità dell’indagato, la qualità soggettiva di sottufficiale dell’esercito italiano e quindi di rappresentante delle istituzioni”. 


Articoli: “Il Boss Simioli aveva un covo per la latitanza anche a Viterbo” – “Sparò in sella a una moto e lo uccise…” – Catturato a Ronciglione il boss Simioli


Chi è Giuseppe Simioli
Avrebbe alle spalle una lunga detenzione per spaccio. Scarcerato nel 2008, sarebbe diventato l’ombra di Giuseppe Polverino, il capo dell’omonimo clan. Fino all’arresto era considerato il reggente della cosca. 

Per conto dei Polverino, Giuseppe Simioli si sarebbe occupato del traffico di hashish sull’asse Spagna–Italia. Da un lato la relazione con un’ispano-brasiliana dalla quale aveva avuto due figli. Dall’altra la moglie e un figlio a Marano. 

Simioli era nella lista dei ricercati più pericolosi d’Italia. Sulla sua testa pende una condanna in appello a 24 anni per associazione mafiosa e altri quattro ordini di cattura per traffico di droga, armi da guerra, lesioni personali e omicidio.

Silvana Cortignani


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25 aprile, 2019

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