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Storie dimenticate - L'avventura di un gruppo di giovani che da Viterbo liberò un prigioniero politico in Uruguay - La liberazione di un dirigente politico dalle galere di una delle più feroci dittature latinoamericane - Tra i protagonisti don Franco Magalotti e Carlo Galeotti

Por la libertad de Josè Pacella – Per la libertà di Josè Pacella

di Daniele Camilli

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Viterbo – La solidarietà come valore e virtù. La militanza il motore. Nel 1984 un gruppo di giovani viterbesi, capeggiati da un prete di Capodimonte e Valentano, riuscì in un’impresa memorabile. Storica. Sconosciuta ai più. Liberare un prigioniero politico comunista dalle galere della dittatura militare in Uruguay andata al potere nel 1973. Finita 12 anni dopo. Nel 1985.

A raccontare la storia, una lettera conservata nella redazione di Tusciaweb. Datata 12 giugno 1985. La dittatura militare era caduta. Il direttore Carlo Galeotti guidò quel gruppo. Don Franco Magalotti era invece il prete di Capodimonte e Valentano, riferimento per tutti.


Viterbo - La lettera di José Pacella e la cartolina dei comitati

Viterbo – La lettera di José Pacella e la cartolina dei comitati conservata dalla redazione di Tusciaweb


La lettera è scritta di proprio pugno dal prigioniero uruguaiano liberato. Dopo anni di prigione. José Pacella. Responsabile del partito comunista in Uruguay dal 1979 al 1981. Poi la galera come prigioniero politico della dittatura e le torture subite. Come lui tanti altri. Raccontati oggi nel film di Alvaro Brechner. “Una notte di dodici anni”.

“Queridos compañeros… carissimi compagni – inizia a scrivere Pacella. E lo fa, parlando a nome di tutti coloro che avevano condiviso un percorso di lotta, dove i comitati viterbesi entravano a pieno titolo -. Siamo felicissimi di potervi esprimere il nostro più profondo riconoscimento per il vostro instancabile lavoro di solidarietà nei nostri confronti”.

Il gruppo di giovani viterbesi mise in piedi il Comitato di solidarietà con i prigionieri politici uruguaiani. Per la libertà di José Pacella. Con il sostegno della rete Radié Resh, un’associazione di solidarietà internazionale fondata nel 1964 dal giornalista Ettore Masina e da sua moglie Clotilde Buraggi, su ispirazione del prete operaio francese Paul Gauthier. “Radié Resch – sta scritto sul sito internet dell’associazione – è il nome di una bambina palestinese, morta di polmonite mentre era in attesa di una vera casa; con la famiglia infatti viveva in una grotta a Nazareth. E il nostro primo progetto è stato quello di finanziare la costruzione di case per famiglie palestinesi a Nazareth e Betlemme”.


Viterbo - La lettera di José Pacella

Viterbo – La lettera di José Pacella


“Ci ha colpito ed emozionato – prosegue Pacella – conoscere il vostro impegno a sostegno della nostra libertà e di quella di tutto il nostro popolo. I nostri giovani operai e studenti hanno fatto propria la vostra battaglia diffondendola ovunque. Un impegno che però non ci ha colto di sorpresa. Sappiamo bene che il popolo italiano ha sempre combattuto per la propria indipendenza, sovranità e democrazia. Uomini come il vostro presidente della Repubblica Sandro Pertini oppure Gramsci e Matteotti sono vivo esempio di sacrificio e coraggio per porre fine alla lunga notte del fascismo”.

Il comitato viterbese venne a conoscenza del caso Pacella grazie a un gruppo di rifugiati uruguaiani residenti a Roma in via Panisperna. Pacella era un dirigente politico di primo piano con anni di clandestinità alle spalle e torture subite in carcere. Prigioniero politico. Nella lettera accenna anche ad alcuni compagni che sono stati detenuti al Penal de Libertad, il principale carcere della dittatura. Ed è da lì che Pacella è stato tirato fuori. 

Don Franco Magalotti, insieme ai ragazzi viterbesi della Radié Resch, poco tempo prima aveva seguito una conferenza di Carmen Rinaldi durante la quale la prigioniera politica uruguaiana parlò del marito Fredy Borroni Silvera detenuto ancora nelle carceri della dittatura. Il gruppo di viterbo, su spinta di don Franco, abbracciò la causa e Borroni Silvera fu il primo ad essere liberato inviando centinaia di lettere, dillo stile di Amnesty International. Nel 1983. A quel punto i rifugiati politici uruguaiani a Roma presero contatto con Magalotti e Carlo Galeotti per liberare anche José Pacella. Vennero stampate 10 mila cartoline, cinquemila distribuite in Italia. Cartoline e richieste inviate al governo uruguaiano. Si fece pressione sull’allora ministro degli esteri Giulio Andreotti facendo leva sul fatto che si trattava di persone con cittadinanza italo – uruguaiana.  

“Siamo a conoscenza di tutto il lavoro che il vostro comitato ha fatto per noi – continua a scrivere Pacella -. Mobilitazioni, azioni, denunce, raccolta di firme, cartoline inviate in tutte le parti d’Italia. Ringraziamo Viterbo, una città che sentiamo come nostra”.


Valentano - Don Franco Magalotti

Valentano – Don Franco Magalotti


Il Comitato di solidarietà con i prigionieri politici uruguaiani estese la campagna di solidarietà in tutta Italia. Bombardando redazioni e indirizzi di organizzazioni e istituzioni con le cartoline stampate. Un sole, a richiamare la bandiera uruguaiana, e un solo slogan. “Per la libertà di José Pacella”. Una battaglia che prese talmente tanto piede che arrivò in Uruguay, dall’altra parte dell’Atlantico. E qui venne fatta propria dal movimento operaio e studentesco che da mesi si stava scontrando con la dittatura.

In Uruguay, all’inizio degli anni settanta, lo scontro sociale era a cielo aperto. Da una parte Tupamaros e lotta armata. Dall’altra Stato e militari. Alla fine si decise per il golpe. Il 27 giugno 1973. Ad occuparsene fu il presidente Juan María Bordaberry. Con l’appoggio dei militari. Quasi tre mesi dopo toccò anche al Cile del presidente socialista Salvador Allende. Un colpo di stato che portò al potere una giunta militare capeggiata dal generale Augusto Pinochet. Allende morì in circostanze ancora da chiarire e la dittatura durò vent’anni. Fino al 1988, quando venne sconfitto al referendum che lui stesso aveva indetto per ottenere la riconferma al potere con un plebiscito. Gli andò male. Vinsero i partiti di opposizione che nel frattempo si erano ricostituiti. E vinsero grazie a una campagna pubblicitaria ideata da Eugenio Garcìa, ritratta nel film “No, i giorni dell’arcobaleno” di Pablo Larraìn,  che puntò a ottenere consensi attraverso un messaggio di speranza. In contrasto anche con i partiti che gliel’avevano commissionata e che avrebbero invece voluto solo un messaggio di denuncia dei crimini di Pinochet. Andò a finire che Garcìa ebbe la meglio e il suo messaggio fu un vero e proprio scossone per i militari. Ponendo fine al regime del generale Pinochet. Nel 1988. Quattro anni prima, la rete Radié Resh e il comitato di solidarietà con i prigionieri politici uruguaiani avevano già adottato la stessa strategia riuscendo a liberare Pacella.


Viterbo - Carlo Galeotti

Viterbo – Carlo Galeotti


“Vorremmo poter abbracciare tutti quanti voi – dice Pacella nella lettera -. E vorremmo poterlo fare attraverso queste parole. Vorremmo poter abbracciare e ringraziare gli uomini e le donne di Viterbo e tutti coloro che in Italia ci hanno aiutato a liberarci dal regime fascista”.


Comitato di solidarietà con i prigionieri politici uruguaiani - Carmen Rinaldi, Gianluca Zappa e Carlo Galeotti

Carmen Rinaldi, Gianluca Zappa e Carlo Galeotti


Il colpo di stato in Uruguay provocò lo scioglimento del parlamento e la repressione nel sangue di tutta quanta l’opposizione. Come in Cile e tra il 1976 e il 1985 anche in Argentina. Nella seconda metà degli anni ’70 quasi tutta l’America latina era sotto il dominio di dittature finanziate dal governo degli Stati Uniti nell’ambito dell’operazione Condor. Vale a dire una serie di colpi di stato militari e rispettive dittature per schiacciare, con i soldi americani e una volta per tutte, il forte movimento operaio e contadino in Sudamerica. Un movimento che aveva portato, come in Cile, anche a forme di democrazia intese come progressiva marcia verso il socialismo. Nessuno ha mai potuto vedere come il mix tra democrazia e socialismo sarebbe potuto andare a finire. I militari, fomentati dal presidente Usa Nixon e dal suo segretario di stato Henry Kissinger, arrivarono prima. Con centinaia di morti, crimini contro l’umanità e migliaia di desaparecidos, persone scomparse nel nulla.


La dittatura militare in Cile

La dittatura militare in Cile


“Dopo la fine del fascismo – riprende a scrivere Pacella – siamo tutti quanti impegnati a costruire la democrazia che abbiamo conquistato. Ciò significa eliminare tutti quanti i residui della vecchia dittatura e migliorare le condizioni politiche, economiche e sociali della nostra patria. La dittatura ha ridotto il paese in una situazione tale che non esiste più il diritto al lavoro, a un salario dignitoso, al cibo, all’educazione e alla cultura”. 

Nel 1976, anche il golpista Bordabbery venne deposto dai militari uruguaiani che nominarono prima Alberto Demicheli poi Aparicio Méndez. Il regime però era al tramonto e nel 1980 perse anche il referendum sulla modifica della costituzione. Nel 1984, dopo che un ampio movimento popolare aveva preso piede, i militari annunciarono il ritorno del potere ai civili. Julio María Sanguinetti fu il primo presidente di un Uruguay senza dittatura militare. Restò in carica fino al 1990. Con un governo di unità nazionale e volto alla ricostruzione del Paese. Nel 2009 è andato al potere anche un ex tupamaro. José “Pepe” Mujica.

“In Uruguay – spiega José Pacella nella lettera del 1985 indirizzata al comitato viterbese che lo avevano liberato – stiamo affrontando difficoltà serie. Il problema di procurare quotidianamente il cibo, trovare un lavoro e affrontare le malattie”.


Cile - Il colpo di stato dell'11 settembre 1973

Cile – Il colpo di stato dell’11 settembre 1973


Il prete contadino di Valentano e Capodimonte don Franco Magalotti fece propria questa battaglia. E da Viterbo la fece dilagare in tutta Italia e arrivare in Uruguay dove il movimento contro la dittatura militare ne fece un cavallo di battaglia. Qualche anno prima Magalotti aveva messo in piedi una rete di contatti e solidarietà che permisero di dare rifugio e sostegno a diversi uomini e donne che quarant’anni fa lottavano contro le dittature militari in America latina. Giocando un ruolo, anche rilevante, a sostegno della rivoluzione sandinista allora in corso in Nicaragua. Una battaglia alla quale fa riferimento anche Pacella nella sua lettera ai comitati viterbesi. “E’ un onore per noi – sottolinea Pacella – poter condividere con voi la lotta a difesa della patria di Sandino e del diritto del popolo del Nicaragua di scegliere il proprio destino”.


Uruguay - Il Penal de libertad

Uruguay – Il carcere Penal de libertad


“Vorremmo tanto costruire assieme a voi – conclude la sua lettera José Pacella – un dialogo senza troppe formalità. Per potervi raccontare quello che sta accadendo in Uruguay e ascoltare cosa sta invece succedendo nel vostro paese. Vi invio alcune foto e gli indirizzi di compagni che sono stati detenuti al Penal de Libertad. Nell’anno internazionale della gioventù. Per l’amicizia e la solidarietà tra i nostri due popoli a sostegno della lotta per la pace, la democrazia e la giustizia sociale. Un abbraccio fraterno”.

José Pacella venne liberato dalle galere della dittatura uruguaiana nel 1984. Prima che i militari riconsegnassero il potere ai civili messi sotto pressione da un vasto movimento popolare. Pacella uscì dal carcere della dittatura militare uruguaiana pesantemente segnato dalle torture subite. Venne mandato a curarsi in Bulgaria, regime socialista dell’est Europa. Diretto a Sofia pretese di fare un volo con scalo a Fiumicino. Prima di arrivare in Bulgaria. Per conoscere don Franco Magalotti, Carlo Galeotti e il gruppo che lo aveva liberato. Ci riuscì. Gli doveva la vita.

Daniele Camilli


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13 ottobre, 2019

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