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Ripartiamo da San Pellegrino - E' un importante contenitore di opere d’arte e di persone che hanno fatto la storia della città

Il cimitero di San Lazzaro tra monumenti e degrado

di Silvio Cappelli
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Viterbo - Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo – Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo - Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo – Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo - Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo – Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo - Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo – Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo - Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo – Degrado al cimitero di San Lazzaro

Viterbo – Da piccolo, visitando il cimitero, mio padre mi diceva sempre: “Quando conoscerai più persone qui dentro che fuori significherà che si sta avvicinando sempre di più l’ora di venire a trovare definitivamente Saltafratte”.

Soltanto da grande scoprii che per l’ampliamento del Camposanto, al tempo, fu utilizzata l’area di proprietà di un certo Bottaccioli soprannominato “Saltafratte” ed è per questo che quando una persona moriva, come scritto dallo storico viterbese Giuseppe Signorelli, si usava dire che era andato a “trovare Saltafratte”.

L’antico cimitero viterbese di San Lazzaro è un importante contenitore di opere d’arte e di gente che ha fatto la storia della città di Viterbo.

Ampliato a metà dell’Ottocento per il seppellimento dei numerosi morti per colera, è ricco di veri capolavori realizzati, nella maggior parte, dai migliori artisti della nostra città: pittori, scultori mosaicisti, marmorai, scalpellini, fonditori, fabbri, incisori, fotografi, vetrai, architetti, ingegneri e così via. Numerose le fotografie su ceramica di defunti firmate da Sorrini e da altri artigiani viterbesi. Queste sono da considerarsi veri e propri “incunaboli” nel loro genere.

L’originario piccolo cimitero, progettato da Virginio Vespignani, fu allargato diverse volte e l’ingresso fu ultimato definitivamente nel 1872. Significative le frasi scolpite su lapidi all’entrata e dettate dal religioso don Felice Frontini: “Non è qui tutto l’uomo, vive altrove la divina favella”, “Spettacolo della fine di tutti, scuola dei pensieri migliori”, “Al riposo dei morti la pietà cittadina” e “Fra le ruine della morte si eternano i nomi dei benemeriti”.

Tante, e molto diverse tra loro, le sepolture che sono state realizzate all’interno nel corso degli anni e che sono visibili ancora oggi.

Tombe sontuose ricche di pregevoli decorazioni, grandi e piccole, a cappella o a terra, o in loculi, alcune più semplici, altre in stile Liberty, stile “moderno” dell’epoca umbertina e cosi via. Il cimitero di San Lazzaro come un grande contenitore di Beni Culturali realizzati, per lo più, da bravissime maestranze viterbesi.

Purtroppo il degrado, come accade oggi anche nel mondo dei vivi dell’intera città di Viterbo e frazioni, l’abbandono e l’incuria dei proprietari delle sepolture e l’assenza di intervento della Pubblica Amministrazioni, offre ai visitatori uno spettacolo, molto spesso, indecoroso.

Tanto più che con l’approssimarsi del 2 novembre, giornata della commemorazione dei defunti, il cimitero si riempirà di gente viva che potrà vedere da vicino il cattivo stato di conservazione.

Lastre sepolcrali in marmo e in peperino spaccate, dannoso muschio ultradecennale, erosioni e macchie causate dagli agenti atmosferici, ruggine, erbacce anche alte, pietre tombali sconnesse e divelte, tombe abbandonate e degradate, vetri rotti, sporcizia, transennamenti precari con plastica rossa (in un caso all’interno è cresciuta una pianta di fico alta tre metri circa), portafiori spaccati, lapidi frantumate, umidità nella copertura della chiesa di San Lazzaro e in particolare nell’abside, insomma uno “spettacolo della fine di tutti” conservato nel modo peggiore. Una vera e propria mancanza di rispetto per i nostri laboriosi antenati.

In particolare, tanto per fare qualche esempio, i resti del monumento ai Caduti, ai nostri gloriosi Caduti morti per difendere la nostra nazione, sono in condizioni pietose: i nomi scoloriti non si leggono o si leggono molto male, una toppa di cemento bianco, non proprio messa a regola d’arte, grida vendetta e il marmo abbondantemente macchiato da vistose colature di ruggine rende il monumento così impresentabile da vergognarsi.

Anche la chiesa di San Lazzaro, realizzata alla fine dell’Ottocento, al cui interno sono la tomba e il busto del pittore Pietro Vanni con tre pregevoli suoi affreschi (il “Trionfo della croce” nella volta, la “Resurrezione della carne” nella parete di sinistra, “La resurrezione di Lazzaro” nella parete di destra), presenta le pitture dell’abside, realizzate sempre da Pietro Vanni, compromesse in modo irreversibile dall’umidità della copertura.

Intorno alla chiesa sono numerose le cappelle erette dalle famiglie viterbesi. Alcune di queste presentano particolarità architettoniche e artistiche di notevole pregio.

Nel porticato di sinistra la tomba della famiglia De Parri contiene una grande statua in bronzo raffigurante l’Angelo del Giudizio che è, dal punto di vista artistico, il “pezzo” più importante che c’è all’interno del cimitero viterbese. E’ stata realizzata dall’artista Giulio Monteverde (firmata e datata 1898 sull’ala destra) ed è la copia di un’altra simile collocata nella tomba Oneto all’interno del cimitero monumentale di Staglieno in provincia di Genova (1882). Monteverde è stato uno degli autori più rappresentativi della scultura italiana verista nella seconda metà del XIX secolo. Un’altra sua statua simile si trova all’interno del cimitero Verano di Roma ed è posta nella tomba Monteverde. Sempre nel porticato di sinistra è la tomba della famiglia Signorelli, opera del bravissimo scultore viterbese Jelmoni, realizzata tutta in marmo, di notevoli dimensioni, con numerose particolarità decorative e i grandi ritratti espressivi dei membri della famiglia.

Nel porticato di destra, entrando dall’ingresso principale, l’imponente tomba dei coniugi Grispignani, con i loro busti collocati sopra un’urna in marmo. Di seguito, nella tomba Polidori, una grande croce e un angelo con le braccia rivolte verso l’alto e una donna inginocchiata con gli occhi chiusi. Nella vicina tomba ancora una grande scultura in bronzo, realizzata dal viterbese Costantino Zei, rappresenta una figura femminile con una mano sul petto e l’altra distesa sopra un libro chiuso.

Ma il cimitero di San Lazzaro ci racconta tantissime, innumerevoli, storie.

Nelle mura perimetrali, a destra e sinistra dell’ingresso principale, sono una serie di tombe che contengono tanti bambini nati morti o, comunque, morti in tenerissima età. Tombe piccole con decorazioni piccole sempre di pregio.

Basta fare un giro nei silenziosi viali per incontrare tutte le persone importanti che hanno fatto la storia della città.

E allora incontri, tra gli altri, numerosissimi personaggi che andrebbero ricordati e rispettati. Tanto per fare alcuni esempi: il musicista e compositore viterbese Maestro Angelo Medori dal 1870 socio onorario dell’Accademia di Santa Cecilia; i diversi religiosi sepolti all’interno della tomba del clero viterbese (don Oreste Guerrini parroco per tantissimi anni nella Parrocchia di San Faustino, don Pietro Schiena canonico, monsignor Primo Gasbarri, don Antonio Tarquini canonico teologo e arcidiacono della cattedrale, don Sebastiano Fasone parroco di Santa Maria dell’Edera, monsignor Pietro Innocenti e il sacerdote Giuseppe Tosoni canonico della cattedrale); tutte le compiante monache di Santa Rosa all’interno della tomba delle Clarisse; l’ex sindaco Domenico Smargiassi e la nobildonna Virginia Negroni dei duchi Caffarelli.

L’elenco sarebbe veramente lunghissimo e richiederebbe, se fatto da una persona soltanto, anni di lavoro e di ricerche.

Migliaia di storie importanti che riposano nella parte vecchia e nella parte nuova del cimitero viterbese.

Mi preme citare per affetto, infine, oltre a tutti gli altri miei cari deceduti, sempre tra gli altri tantissimi, per il lavoro che hanno fatto, i “facocchi” – carradori Crescenziano Pizzichetti che aveva il laboratorio in Via delle Mura, i fratelli Amedeo, Germano, Lorenzo e Raimondo Cappelli sempre bravissimi “facocchi”, Ferdinando Bastianini, amico di mio padre Fulvio, capo operaio dell’Officina del gas in Via Faul. Durante la mia visita al camposanto li ho incontrati tutti e non potevo fare a meno di ricordarli.

Crescenziano Pizzichetti aveva il suo stabilimento elettrico fondato nel 1883 nel Vicolo del Lavatoio, oggi Via delle Mura (zona Piazza San Faustino), e produceva artigianalmente bighe, treggie, vignarole di lusso e carri in legno comuni da trasporto di ogni tipo.

Faceva lo stesso lavoro mio nonno Amedeo e i suoi fratelli che originariamente avevano il loro laboratorio in Via Magliatori (zona piazza del Sacrario). Gran parte dei loro attrezzi sono oggi conservati, in un ambiente ricostruito ad hoc, all’interno del Museo delle tradizioni popolari di Canepina per futura memoria.

Ferdinando Bastianini, all’interno dell’Officina del gas, coordinava i lavori dei fuochisti e degli operai specializzati che si adoperavano per la produzione del gas di città. Mio padre me ne parlava sempre con ammirazione. Nella prima metà del Novecento il gasometro di Via Faul aveva iniziato la sua distribuzione per riscaldamento, per alimentare i ferri da stiro, per la cottura dei cibi sui fornelli, per la produzione di acqua calda ecc. Tra i primi clienti erano il Gran Caffè Schenardi, gli alberghi del Nuovo e dell’Antico Angelo, l’Ospedale Grande degli Infermi e il Teatro dell’Unione.

“Ognuno ha tanta storia, tante facce nella memoria”.

Silvio Cappelli


Fotogallery: Il cimitero di San Lazzaro tra monumenti e degrado


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23 ottobre, 2020

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