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Tribunale - In aula la testimonianza della vittima

Picchia la moglie davanti alla bimba malata, situazione precipitata durante il primo lockdown

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo


Viterbo – (sil.co.) – Al via con l’agghiacciante testimonianza della vittima il processo a un uomo d’origine straniera, ma residente da oltre due decenni nella Tuscia, accusato di maltrattamenti aggravati davanti al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mutone.

L’imputato non si sarebbe fatto scrupolo di picchiare la moglie, una connazionale giunta in Italia nel 2003, anche davanti alla figlioletta, nata con gravi problemi di salute. “Tu non sei buona neanche a fare i figli”, le avrebbe detto. 

Oltre alla donna è parte civile, per la prima volta, l’associazione “Battiti-Casa delle donne”, il centro d’ascolto di Vetralla che dal 2016 fornisce consulenza legale e psicologica gratuita nonché assistenza pratica alle vittime di violenza. 


“Tu non sei buona neanche a fare figli”

“I nostri nonni sono fratelli, per cui siamo parenti, cugini. Ci hanno fatti conoscere, al matrimonio di una mia sorella con un suo fratello, noi in casa eravamo nove figli. Quando sono venuta in Italia, non parlavo la lingua. E lui, durante i primi tre anni, pretendeva che frequentassi la sua ex compagna. Nel 2004 ho iniziato a lavorare presso un’azienda, nel 2005 ho perso un bimbo al quinto mese e nel 2008 è nata nostra figlia, che pochi mesi dopo abbiamo scoperto essere malata”. 

“Mi ha sempre presa a schiaffi, pugni e sputi in faccia. Quando abbiamo saputo che la bimba aveva una malattia genetica ereditata da me, ha detto a tutti che era colpa mia. Ogni occasione era buona per confrontarmi con le donne degli altri e dirmi ‘non vali niente, non sei buona neanche a fare i figli sani’ oppure ‘sei un ippopotamo, ti sei guardata quanto sei cicciona, ti sei pesata?’. Ho subito per anni, per vergogna e perché non potevo creare situazioni che potevano danneggiare nostra figlia. Lavoravo di giorno e accudivo la bambina in ospedale la notte, mentre lui pensava solo al pallone, agli allenamenti e a stare a cena fuori con la squadra”.


“La situazione è precipitata durante il primo lockdown”

Nel 2017 la presunta vittima, presa nel frattempo la patente e comprata un’utilitaria per essere più indipendente, ha iniziato a frequentare un centro antiviolenza e si è decisa a recarsi in patria per chiedere il divorzio.

“I carabinieri mi dissero che avrebbero potuto fare qualcosa solo se io avessi sporto denuncia. Ma io non volevo arrivare a tanto. Allora sono andata al centro anti-violenza dove mi hanno dato coraggio per provare a cambiare le cose. Al ritorno però lui non ha voluto saperne né di lasciare la casa su cui pende un mutuo, né di aiutarmi ad affittarne un’altra. Si è tenuto la camera da letto e io sono andata a dormire con mia figlia. In compenso ha smesso di picchiarmi, ma ha proseguito fino all’ultimo con la violenza verbale”. 

La situazione è precipitata a febbraio dell’anno scorso ed è diventata definitivamente insostenibile durante il primo lockdown, scattato l’11 marzo a causa della pandemia di Coronavirus. “A febbraio mi sono decisa a denunciarlo, quando mia figlia è corsa da me, che stavo in bagno, chiedendomi di proteggerla perché il padre, mettendole il grembiule, a detta sua l’aveva presa per il collo. Subito il giudice ha disposto l’allontanamento, ma col Covid tutti i nostri parenti hanno cominciato a chiamarmi perché lo facessi tornare a casa. E’ durata pochi giorni, poi abbiamo mantenuto rapporti solo per il bene di nostra figlia, che è molto legata al padre”. 

Il processo riprenderà all’inizio dell’estate. 

 – Picchiata davanti alla figlioletta, parti civili la vittima e l’associazione antiviolenza Battiti


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14 gennaio, 2021

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