– Antonello Ricci, dunque: a nemmeno una settimana dall’uscita della sua nuova Guida di Viterbo, questo racconto in versi: Il Colombiano, fresco di stampa per i tipi di Davide Ghaleb editore.
Di che si tratta?
“Una fiaba d’amore. Una storia di padri e figli. Un racconto autobiografico. Paure sentimenti desideri di una esperienza senza paragoni: l’adozione, nel maggio 2004, del mio secondo figlio, Juanco (Juan José). Ma occhio al sottotitolo: ogni padre adottivo si renderà conto, prima o poi, che in amore non c’è differenza.
Tra paternità e paternità. Tra seme e seme. Perché ogni adozione è biologia. Perché ogni biologia è in realtà un’adozione. Il Colombiano, voglio dire, è un elogio del seme bastardo. Un nudo inno alla bellezza e alla ricchezza della vita. L’arrivo di Juanco ha felicemente mandato a gambe all’aria la mia vita: da una parte ha rafforzato il rapporto d’amore col mio primo figlio, Lorenzo (autore delle visionarie illustrazioni del libro, ndr); dall’altra mi ha risospinto, “attraverso la terra dei ricordi”, ai tempi in cui anch’io sono stato un figlio: figlio di figlio a sua volta in un certo senso adottivo…
Ma Il Colombiano è anche un omaggio: Juanco è nato il 25 aprile 2003 a Medellín. Insomma è concittadino del grande Fernando Botero e dello Juanes di Camisa negra una canzonetta che tutti avrete canticchiato, almeno una volta, guidando nel traffico o mentre vi facevate la barba. Purtroppo Medellín è anche famosa, e dolente, per la leggenda di Pablo Escobar e per il cartello del narcotraffico, per la Virgen de los Sicarios e per i suoi killerragazzini. Così che Il Colombiano si presenta pure come una fantasia horror, una dichiarazione d’amore alla città “funesta e aerea” che i Colombiani stessi considerano la Napoli di Colombia…”.
Ma Il Colombiano è anche uno spettacolo teatrale. Con Alfonso Prota per la prima volta da solo in cabina di regia. Alfonso, ce ne vuoi parlare?
“Andiamo in scena a Caffeina Cultura: venerdì 15 luglio ore 22.30. Nella “bomboniera” di piazza Cappella. Dai vicoli di Viterbo alle Comunas di Medellín: fra tuguri che si arrampicano sulle montagne come mucchi di spazzatura, vero e proprio “inferno che si aggrappa al cielo”, regno incontrastato dei sicari-ragazzini. Solo che a differenza dei precedenti lavori de La Banda del Racconto, questa volta si tratta di un vero e proprio concerto-reading. Non dico tanto per dire: la musica dei Myliac è il vero filo rosso dello spettacolo. La nervatura che guida tutta la storia dal suo dolce avvio (con padre e figlio che stanno per andare a letto) al suo compimento notturno, visionario quasi spiritico… ma non aggiungo altro, veniteci a vedere venerdì sera…”.
Alfonso, anche per te Il Colombiano è stata una questione di padri e figli?
“Beh, certo… intanto perché anche io, come chiunque, sono stato un figlio… o no?… Ma non finisce qui: devi sapere che nel quadro quarto, quello che precede il Notturno Strumentale finale (è il quadro più indemoniato, il momento più urlato rappato guappato) recito fianco a fianco con Antonello, ma soprattutto con mio padre Vincenzo, in un impasto di ispano-napoletano che ha finito per ricondurmi alle mie radici familiari, alle fibre più profonde della mia stessa vita”.
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