Abbiamo chiesto ad Antonello Ricci di raccontare l’aggressione squadrista a Filippo Rossi. Antonello è prezioso perché vede quello che spesso noi non vediamo. E’ un po’ come la riserva che si tira fuori quando accade qualcosa che appare incredibile ed inspiegabile. Lui poi quella sera c’era… – Voglio essere sincero.
Questa è una di quelle volte in cui vorresti poter dire: io non c’ero.
O, se c’ero, ero girato dall’altra parte (fotoracconto della sedicesima giornata) .
E invece c’ero.
E ho visto.
In centinaia abbiamo visto.
Tutta una piazza piena.
Tutta una piazza di gente attonita e impotente.
Basta un pugno di secondi.
Sotto il portico di piazza San Pellegrino.
Vedo Filippo girare l’angolo.
Mi sfila accanto.
Mi sfiora, ma non mi guarda.
Guarda fisso davanti a sé. Sbircia di fianco a tratti.
Poi vedo quelle magliette, appena dietro e intorno a lui.
Vedo le loro acconciature.
Vedo i loro occhi.
Li vedo.
Un’onda strana poi, come un brivido, una ola di gente e nervi sull’uscio della segreteria di Caffeina.
Adesso tutta la piazza guarda col naso in su.
E allora anch’io alzo lo sguardo.
E sullo “schermo” di quella finestrella: il tafferuglio.
Mani che spintonano, qualcuno prova a interporsi, a proteggere.
Una gran confusione.
Non si capisce molto, ti sembra tutto nitido come in un rallenty e invece tutto corre. Maledettamente corre.
Come in un film muto: bocche si muovono, ma non si sentono parole.
Solo che stanotte non danno le comiche.
I volti, quelli sì: ciascuno fissato nella propria essenza.
Il digrigno di chi aggredisce.
La smorfia costernata di chi subisce.
Oltracotanza e angoscia.
Istanti che non so se scorderò.
Poi il branco di aggressori si allontana dal lato opposto della piazza. Ostenta tutta la sua ferocia, tutto il suo disprezzo.
Domani i protagonisti rivendicheranno pubblicamente lo “schiaffo futurista”.
(Chi è che scrisse: “Marinetti? Un cretino con qualche lampo d’imbecillità”).
A icona dei loro raid squadristici invocheranno quel grande poeta americano.
Chissà che cosa ne pensa lui, nella sua tomba di San Michele a Venezia.
Poveri poeti, povera letteratura.
La brutalità fisica è solo squallida e umiliante prosa.
La madre di tutte le verità, stanotte, è questa: vittime impaurite e spettatori impotenti, torniamo a casa più poveri, più infelici.
Quanto dureremo ancora?
Se avessi i soldi, lo giuro, stanotte me ne volerei in qualche paradiso d’oltreoceano, mi chiuderei in qualche dorato esilio.
Ma non ho soldi.
E neanche posso dimettermi da italiano, giuro che lo farei.
Così resto. E faccio l’unica cosa che so fare: scrivo e racconto. Per quel che può valere: scrivo e racconto…
Come in un sogno.
Ma un fotogramma vero, di qualche giorno fa.
Io e il mio amico Ugo Corsi siamo seduti a piazza delle Erbe.
Prendiamo un caffè con Moni Ovadia. Ospite di Caffeina.
Lui, “l’ebreo che ride”, elegantissimo. Vestito di lino bianco, scarpe a due colori (stile anteguerra). In testa, l’immancabile kippah. Un profilo e uno sguardo che ti trapassano gioiosamente: intelligenza e umanità fatte persona.
È un attimo.
Alle sue spalle, sbucando da via Roma, incedono per la piazza con aria tribale e insolente.
Quelle stesse magliette. Quelle stesse acconciature. Quegli stessi occhi.
Loro non vedono la kippah di Moni.
Lui non vede loro.
Tangenza mancata.
Ma stàtene certi: se oggi fossi Man Ray sarebbe uno scatto leggendario.
Il sorriso di Moni Ovadia, a Viterbo, sullo sfondo del branco.
Anche per questo voglio bene a Filippo.
E gli dico, grazie.
Antonello Ricci
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