Vetralla – Due anni per sfruttamento della prostituzione, pena azzerata.
La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza per il 54enne albanese M.F..
L’uomo era stato condannato in primo grado a quattro anni e in appello a due per sfruttamento della prostituzione. Ieri, la decisione della Suprema Corte, che ha dichiarato nulla la seconda sentenza.
M.F. era stato arrestato con un connazionale 29enne nell’operazione “Aurelia Bis”. Il blitz prese il nome dalla strada in cui la presunta vittima, una 33enne polacca, sarebbe stata accompagnata a prostituirsi.
Secondo le indagini, M.F. aveva conosciuto la donna in Grecia. Dopo averla sedotta, l’avrebbe convinta a trasferirsi con lui in Italia con la promessa di un lavoro. Ma il lavoro sarebbe stato quello di vendersi sul marciapiede, mantenendo sia M.F. che il 29enne additato come suo complice (già giudicato anni fa col rito abbreviato).
I due erano accusati di fare la bella vita alle spalle della giovane donna, tra Bingo e vestiti firmati. E ai clienti, oltre alla prestazione sessuale, sarebbero stati offerti tutti i comfort al prezzo di 300 euro: dalla macchina per consumare il rapporto a viagra e preservativi.
L’arresto scattò in base ai racconti della donna che, però, ha fatto perdere le sue tracce e non è mai venuta in tribunale a confermare la sua versione dei fatti. Al processo, un primo difensore dell’imputato dette il consenso all’acquisizione dei verbali delle deposizioni della donna. E’ così che le dichiarazioni della 30enne, raccolte in fase di indagini, entrarono nel fascicolo del processo e, per quelle, M.F. fu condannato due volte.
La prima nel 2012: quattro anni comminati dal tribunale di Viterbo. La sentenza d’appello seguì l’anno dopo: pena dimezzata. Ma l’avvocato di M.F. Massimo Rao Camemi è andato avanti fino alla Cassazione che, dopo la discussione in aula di venerdì, gli ha dato ragione.
La Suprema Corte ha annullato con rinvio. Gli atti dovranno tornare alla Corte d’appello per un nuovo processo. Ma stavolta senza le dichiarazioni della vittima, tra gli atti del processo.
“Quella della Cassazione è una sentenza corretta – afferma soddisfatto il legale -. Noi partivamo da un presupposto fondamentale e acclarato in giurisprudenza: non si può condannare in base alle dichiarazioni di una persona scomparsa. Lo abbiamo sostenuto da sempre. Finalmente siamo stati ascoltati”.
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