Chia – Anche Desiderio Valli, il bidello che mise in contatto Pier Paolo Pasolini con la Libera Università della Tuscia, suo fedele amico chiano, parteciperà domenica mattina alla passeggiata organizzata dall’associazione culturale Take Off nei pressi della Torre di Chia.
Lo farà, dal “ponte romano” fino all’abitazione dello scrittore, insieme ad altri chiani che nel 1964 parteciparono come comparse alle riprese del Battesimo di Gesù nei pressi delle cascate del Fosso Castello e che comunque hanno conosciuto quello che è stato tra i più grandi intellettuali italiani del Novecento.
Un gesto tangibile in occasione del quarantesimo anno dalla sua morte. Sarà anche l’occasione, per i partecipanti alla camminata, per fare domande e farsi raccontare aneddoti e curiosità circa la presenza di Pasolini a Chia.
Il regista era molto attaccato alla Tuscia fino al punto di scegliere di viverci. E nel territorio viterbese ci girò diversi film e cortometraggi. Tra questi ricordiamo le locations dei film Il Vangelo secondo Matteo del 1964 e Uccellacci e uccellini uscito nel 1965 girati a Chia e Tuscania.
Nel 1969, poi, Pasolini gira alcuni “interni” del film Medea ancora nei dintorni di Viterbo. Qualche anno più tardi, tra le locations del film Il Decameron, uscito nel 1971, troviamo sempre Viterbo e poi anche Nepi.
“Al poeta friulano – scrive Antonello Ricci – pare che la natura abbia giocato, in questo luogo incantato, a rifare il verso all’arte, a ricreare l’illusa innocenza d’un cosmo gioioso e perfetto. L’acquisto del diruto immobile gli riesce nell’autunno del 1970.
Nell’isolamento del paesaggio altolaziale egli soggiornerà sempre più spesso negli ultimi anni di vita. Lì nasceranno non poche fra le Lettere luterane, l’estrema denuncia dell’apocalisse antropologica (le aberranti derive culturali indotte dal potere neocapitalista sul tessuto più intimo della vita nazionale, sul millenario patrimonio artistico, sul paesaggio agrario e sulla forma delle città)…”.
Pierpaolo Pasolini, dunque, acquista nel 1970 il castello solitario di Chia, risalente al XIII secolo. Un terreno di forma triangolare di 17.800 metri quadrati, distinto al catasto con la particella n. 7 del foglio 70, racchiuso dai resti di due cerchie di mura perimetrali dell’antico castello e da due torri pentagonali, delle quali una, quella rivolta verso il fosso, risulta per la maggior parte demolita.
L’altra, vuota nell’interno e slanciata verso il cielo, si può ammirare ancor oggi dalla superstrada Viterbo-Orte, all’altezza dell’uscita per Bomarzo.
Terreno e ruderi rappresentano un’importante emergenza archeologica, situata nello spazio compreso tra la convergenza del Fosso di Fontana Vecchia con il Fosso del Rio, nel loro andamento verso il fiume Tevere, situato su una rupe che domina un profondo strapiombo a un chilometro di distanza dal borgo di Chia: “… ruderi di un castelletto vero e proprio con incorporata una torre mozza, munita di feritoie, posti sul margine estremo del dirupo, e quelli di una lunga cinta muraria merlata di forma irregolare che, affacciandosi ai fianchi del castelletto medesimo, circuiva una vasta zona a sud di esso.
Proprio nel lato sud della cinta, prospiciente il fossato artificiale, è inserita una slanciata torre a pianta pentagonale, alta circa 42 metri e merlata alla ghibellina”.
“Pasolini vi effettuò lavori attinenti al caso – scrive Livio Bernardini sulla rivista Tuscia – e rese la parte estrema, sullo strapiombo del fosso, abitabile in una residenza veramente particolare.
In un pozzo caverna ricavò una cantina, munita dei migliori vini, cui si accedeva mediante una scaletta di legno. Il sito destava meraviglia e stupore, poiché nella penombra, spiccavano linde botticelle e otri di ogni genere, degni della sua classe”.
“Alla base della torre, che sorgeva sui presunti resti di una fortezza saracena – scrive ancora Schwartz – fece costruire delle camere. Lo stile era moderno ed essenziale, tutto a blocchi di cemento e legno, con grandi vetrate che davano sul torrente di Chia nel punto in cui si formava una cascata. Discosta dalla strada principale, l’abitazione poteva ospitare, al massimo, due persone. Pasolini cominciò a parlare di realizzare una triade di film, e poi di ritirarsi lì. A studiare letteratura, disse, e a dipingere”.
Leggendo i versi di Enzo Siciliano, riportati anche nell’antologia curata dallo scrittore Antonello Ricci, il castello di Chia viene definito, come “… la macchina architettonica disegnata per una sequenza del Decameron o dei Racconti di Canterbury.
A ridosso del muro, il più esterno sullo sperone di roccia, fu allestito un blocco di cemento e cristallo, stanze a cannocchiale, dove si poteva al massimo vivere in due. Là Pier Paolo avrebbe desiderato venir sepolto: nell’amore che nutriva per quel luogo. Vi fece costruire, su un prato accanto, un capannone in legno chiaro – una vasta stanza luminosa.
Diceva che quello sarebbe stato il suo studio da pittore (…) Il rifugio di Chia, invece, venne utilizzato a lavoro diverso. Dall’estate 1972 Pier Paolo prese a ritirarvisi di frequente, per scrivere un nuovo romanzo che prometteva duemila pagine.
Diceva pochissimo intorno ai contenuti del libro: diceva che vi avrebbe disegnato il proprio autoritratto, il più autentico; e, insieme, diceva che quel libro sarebbe stato un ritratto dell’Italia contemporanea, probabilmente l’Italia dell’“austerità”, provocata dalla guerra del Kippur e dell’embargo del petrolio. Petrolio, il primo titolo iscritto sulla prima pagina: sostituito poi da Vas: Uno scartafaccio d’oltre cinquecento cartelle torturate da correzioni, intercalate da appunti fugaci e incomprensibili.
Un caotico andamento. Se era vivido nella mente di Pasolini il disegno delle duemila pagine, per sorte ne sono state scritte appena un quarto, un albeggiante quarto ulcerato di pentimenti. La solitudine di Chia – i cristalli specchianti delle finestre, vasti quanto pareti, paiono aver suggerito la metafora della duplicazione (…)”.
“Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita – affermava Pier Paolo Pasolini il 10 gennaio 1975 – Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di summa di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”.
Dario Bellezza su Il poeta assassinato ha scritto: “Certo, c’era sempre un margine di contraddizione in quello che diceva, voglia di scandalizzare, ma al momento che diceva una cosa, che sembrava smentire quello che aveva fatto e desiderato fino a quel momento, sembrava sincero.
Annunciava di voler lasciare il cinema, ma poi puntualmente ricominciava a fare un altro film e la letteratura ne soffriva, poteva aspettare, anche se la crisi era superata, e Pasolini ambiva ritornare al romanzo, idea centrale della sua e forse nostra (per pregiudizio) visione letteraria.
Ma Petrolio o Vas portato avanti a Chia non l’avrebbe finito mai, e chi lo lesse allora diceva che, in sostanza si trattava, tranne per le parti erotiche fortemente pronunciate, di un progetto fallito”.
“Quando ritorna a Roma e non appena riesce ad allontanarsi dagli stabilimenti cinematografici, va alla torre di Chia. – scrive Nico Naldini – Attorno all’antico rudere, al centro del caravanserraglio circondato da alte mura merlate con una torre d’avvistamento, ha fatto costruire una casa semicircolare a grandi vetrate da cui lo sguardo spazia sulle forre del torrente Chia.
A pochi passi, nascosto dalla vegetazione c’è un vasto padiglione in legno che funge da studio e dove, dopo molti anni, riprende a disegnare. Chia da adesso in avanti è il luogo dei ritiri solitari che favoriscono il lavoro da spendere attorno al romanzo, che si prevede lungo e forse interminabile”.
Aurelio Roncaglia, nella sua Nota filologica al romanzo Petrolio, scrive: “… quando nel settembre 1974, Pasolini fece fare, ad uso personale, una fotocopia di quanto scritto sino allora (per lavorare si ritirava spesso a Chia, e non voleva portare ogni volta con se l’incartamento, nel timore non si ripetesse quel ch’era accaduto qualche tempo prima a Carlo Levi, un cui manoscritto era andato perduto per furto dell’automobile), i fogli riempiti – alcuni a mano, i più dattiloscritti sempre da lui e con correzioni autografe – risultavano 337.
Alla data della morte, nella cartella recuperata da Graziella Chiarcossi (che ne depositò una fotocopia presso di me) erano saliti a 522, con un aumento di quasi 200 pagine in tredici mesi (ed era l’anno di Salò e de La Divina Mimesis, della seconda forma de La nuova gioventù e degli articoli di giornale apparsi poi come Lettere Luterane) …”.
“Ecco: l’estremo rifugio pasoliniano, il “paesaggio più bello del mondo” a pochi minuti da Viterbo (o da Roma, non importa), – aggiunge sempre Antonello Ricci su Biblioteca & Società – ci svela la sua natura d’emblema: pomerio che incanta e protegge, circonda ogni cosa e la sospende, intorno ad una Torre.
Intorno a una macchina da guerra culturale affacciata, in realtà, sull’orizzonte di altre praterie (invisibili, queste), s’un paesaggio morale più vasto e inquieto di quel concreto, rasserenante bosco di querce inquadrato dalle feritoie. Lì il poeta regista sarebbe rimasto di vedetta, lucido e infaticabile, a scrutare (e aruspicare) gli affollati, repentini e indecifrabili passaggi, il subbuglio del primo dopostoria consumista.
E’ proprio all’ironia ariostesca, perciò, al sereno distacco offerto allo sguardo da quel paesaggio in carne ed ossa, che Pasolini dovette l’inconfondibile limpidezza argomentativa, l’aspra chiarità della sua estrema produzione”.
Tusciaweb sosterrà l’iniziativa per ricordare il poeta, il regista e lo scrittore Pasolini, a quarantanni dalla sua morte, e invita i sindaci e le istituzioni a dedicare spazi pubblici, una via o altro luogo, al grande intellettuale. Chiunque avesse notizie, foto o fatti da ricordare, può renderle pubbliche tramite il nostro giornale. Questo anche in vista del 2016 anno che per Tusciaweb sarà l’Anno di Viterbo città del mare – La Tuscia set cinematografico naturale.
Per l’occasione l’Associazione culturale Take Off ha organizzato due passeggiate, a Chia (appuntamento ore 8 all’ingresso di Bomarzo) e a Tuscania, rispettivamente domenica 18 ottobre e domenica 1 novembre, per ricordare il grande poeta sulle scene dei film Il Vangelo secondo Matteo e Uccellaci e Uccellini. Letture dei testi a cura di Lorena Paris. Info: 3382129568 – Annarita Properzi 3334912669 – Paolo Zuccarino 3476563294.
Silvio Cappelli
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