Viterbo – Parlano i testimoni al processo Cayenne, nato dall’omonima operazione che ha avuto nome da una delle auto comprate sotto falso nome senza pagare le rate del finanziamento.
Nuova udienza questa mattina al tribunale di Viterbo, davanti a un nuovo collegio di giudici. In 14 alla sbarra, 9 dei quali accusati di aver messo in piedi un’associazione a delinquere dedita alla truffa delle supercar usate. Indagini coordinate dal pm Paola Conti e culminate nel 2009 nel blitz della squadra mobile con arresti e sequestri.
Per gli investigatori, al vertice del sodalizio criminale ci sarebbero stati Dario Pasquale Gemma De Julio e il figlio Giuseppe. Dal loro studio commerciale sarebbero stati presi i documenti di ignari clienti che si ritrovavano con auto di grossa cilindrata usate intestate a loro insaputa e prestiti accesi a finanziarie che ancora aspettano il saldo. Fu così per la Porsche e per un’Alfa Mito, mentre nel caso della Jaguar comprata per 37mila euro e mai pagata, entrò in gioco un prestanome. Il reale utilizzatore dell’auto era Paolo Nicolò Nigrì, anche lui accusato di essere al vertice dell’associazione a delinquere.
Questa mattina ha testimoniato la dipendete di uno studio di consulenza automobilistica e il titolare della concessionaria di Grosseto dove fu comprata la Mito, sempre a insaputa di quello che ne sarebbe diventato il proprietario.
Davanti al tribunale, avrebbe dovuto testimoniare anche l’imprenditore Leporatti ma non si è presentato. Dovrà presentarsi alla prossima udienza, a dicembre.
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