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Processo Cayenne - Il tribunale acquisisce le querele di un ingegnere 85enne - Il grande accusatore in aula: "Avevo una Porsche e non lo sapevo..."

Gli intestarono supercar, li denuncia 15 volte

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Operazione Cayenne - La conferenza stampa

Operazione Cayenne – La conferenza stampa

Operazione Cayenne - La conferenza stampa

Operazione Cayenne – La conferenza stampa

Operazione Cayenne - La conferenza stampa

Operazione Cayenne – La conferenza stampa

Viterbo – Auto di lusso a spese altrui: non dovrà testimoniare in aula l’ingegnere 85enne che nel 2007, con le sue 15 denunce, ha dato il via alle indagini sfociate nella maxioperazione Cayenne del 2009. Il collegio dei giudici acquisirà i verbali, come chiesto ieri dalla pm Paola Conti, risparmiandogli di venire a Viterbo da Milano.

Una supervittima, l’anziano. Hanno provato ad acquistare a suo nome perfino uno yacht da 90mila euro. Una finanziaria gli ha chiesto 50mila euro per una Porsche e una Mercedes mai comprate, in realtà acquistate in un autosalone di Viterbo con un documento falso. Con l’ulteriore beffa di vedersi recapitare decine di contravvenzioni.

E’ ripreso ieri il processo ai 14 imputati accusati di far parte, a vario titolo, di un’associazione per delinquere specializzata in truffa e ricettazione. Un sodalizio ai cui vertici, secondo l’accusa, c’erano Paolo Nicolò Nigrì e Dario Gemma De Julio, alla sbarra con moglie e figlio. Entrambi furono arrestati nel blitz assieme a Claudio Pacchiarotti e al concessionario d’auto Antonio Massa. Nel frattempo, a distanza di 10 anni, gran parte dei “reati satellite” sono prescritti, ma restano in piedi la ricettazione e l’associazione per delinquere.

Contro Gemma de Julio, è tornato a puntare il dito Antonio Massa che, dopo avere scontato 26 giorni di custodia cautelare, nonostante avesse sporto anche lui denuncia, è stato rimesso in libertà e si è costituito parte civile. Gemma De Julio avrebbe usato i suoi dati per intestargli delle vetture. Una in particolare. La Porsche Cayenne da cui prende il nome l’operazione. “Ho scoperto che era intestata a me – ha spiegato Massa – perché mi arrivarono una serie di multe da Monte Romano. Poi un giorno l’ho vista sotto il suo studio, mi disse che era la sua e che forse suo figlio aveva fatto un errore. Litigammo”.

La Porsche Cayenne fu poi venduta a Roma. Ma chi fosse in quel momento il proprietario è un giallo, che non ha saputo svelare nemmeno l’acquirente, un concessionario di Fidene, pur avendo pagato la vettura a caro prezzo. “Io presi accordi con un intermediario presentatomi da un amico, Claudio Pacchiarotti – ha raccontato -. Siccome la macchina non era la sua, gli dissi di mettere tutto a posto. All’Aci mi dissero che era tutto a posto e l’avevano intestata alla mia società, per cui gli diedi 27mila euro in contanti e non mi preoccupai di sapere chi fosse il proprietario. Mi bastava il via libera dell’Aci. L’ho rivenduta a un commerciante dopo 4, 5mesi”. Non sa, come gli hanno chiesto, se fosse di Antonio Massa oppure di Gemma De Julio.

Si torna in aula a maggio.


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18 gennaio, 2017

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