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Viterbo - Associazione a delinquere e truffa - In 14 a processo, accusati di chiedere finanziamenti a nome di terze persone ignare per comprare supercar

Commercialisti con la passione delle auto di lusso…

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Dario Pasquale Gemma De Julio

Dario Pasquale Gemma De Julio

Paolo Nicolò Nigrì

Paolo Nicolò Nigrì

Claudio Pacchiarotti

Claudio Pacchiarotti

Viterbo - Operazione Cayenne - L'arresto di uno degli indagati

Viterbo – Operazione Cayenne – L’arresto di Nigrì

Operazione Cayenne - La conferenza stampa per illustrare i dettagli delle indagini

Operazione Cayenne – La conferenza stampa per illustrare i dettagli delle indagini

Operazione Cayenne - La conferenza stampa per illustrare i dettagli delle indagini

Operazione Cayenne – La conferenza stampa per illustrare i dettagli delle indagini – Da sinistra il vicecapo della mobile Angelo Carosi, l’ex questore di Viterbo Raffaele Micillo e il capo della mobile Fabio Zampaglione

Operazione Cayenne - La conferenza stampa per illustrare i dettagli delle indagini

Operazione Cayenne – La conferenza stampa per illustrare i dettagli delle indagini

Viterbo – (s.m.) – Commercialisti con la passione delle auto di lusso, sulle spalle degli altri. Ne rispondono in 14, tra cui Dario Pasquale Gemma De Julio, libero professionista, arrestato nel 2009 nell’operazione Cayenne della squadra mobile insieme ad altre tre persone.

Ieri è iniziato il processo a carico suo, della moglie, del figlio Giuseppe e di altri 11 imputati. Truffa, ricettazione e falso le accuse contestate a vario titolo. Per qualcuno c’è anche il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per aver agevolato l’ingresso di cittadini stranieri in Italia tramite richieste di lavoro subordinato.

Nove su 14 rispondono anche di associazione a delinquere: i vertici, secondo gli inquirenti, sarebbero proprio il commercialista Gemma De Julio, il figlio e l’altro imputato Paolo Nicolò Nigrì, anche lui commercialista. Anche per Nigrì e un altro imputato, Claudio Pacchiarotti, scattò l’arresto nel 2009.

Tre i testimoni ascoltati ieri, due poliziotti e Antonio Massa, titolare di un autosalone plurimarche sulla Cassia. Inizialmente indagato, ma oggi parte civile al processo a Gemma De Julio & Co.: “Mi sono fatto 26 giorni agli arresti – racconta -. Tutto per essermi ritrovato a mia insaputa intestatario di una Mercedes: lo venni a sapere perché mi arrivò una multa a casa”.

Il trucco, per gli investigatori, era questo: usare i documenti dei clienti dello studio di commercialisti, come Massa, per intestare a loro richieste di finanziamento per comprare macchine di grossa cilindrata. Raggirando così sia i clienti che le finanziarie. Tra le auto del giro anche una Jaguar e una Porsche Cayenne, da cui prese il nome il blitz della polizia, culminato negli arresti del 2009. In un caso, gli agenti di Fabio Zampaglione riuscirono a bloccare un’Alfa Mito già caricata su una bisarca per andare a Roma e, da qui, all’estero.

L’indagine parte da Milano, dalle denunce di un anziano ingegnere che si vedeva arrivare solleciti di pagamento per finanziamenti che non aveva mai chiesto. “Era preoccupatissimo – racconta il sostituto commissario Marco Buttinelli, che seguì le indagini con i colleghi della mobile -. Ogni tanto mi chiamava. Una volta per una Porsche. Un’altra volta per uno yacht da 90mila euro. Ha fatto qualcosa come 14 denunce”.

Un giro d’affari sui 100mila euro, scoperto a seguito di un’indagine fatta di appostamenti e intercettazioni. Come quella ricordata dal poliziotto tra Gemma De Julio e Nigrì in cui uno contatta l’altro dicendogli: “Sono qui con tutta la banda Bassotti”. Segno, per gli investigatori, che i rapporti erano buoni e frequenti. 

Tra gli imputati, anche un carabiniere accusato di aver comunicato dati e informazioni a Dario Gemma De Julio su una macchina sospetta: il commercialista temeva di essere seguito. E in effetti l’auto che aveva intercettato era proprio una macchina di copertura della polizia. A giugno parola agli altri testimoni dell’accusa.


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3 febbraio, 2016

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