Viterbo – “I servizi sociali sono tenuti per i prossimi dieci giorni a recarsi almeno due volte al giorno dalla signora, cercando di far ragionare la stessa sull’inopportunità della sua condotta e sulla circostanza che il suo rifiuto non potrà che condurre in tempi brevi a un’esecuzione forzata. Con grave danno per la minore, di cui la stessa dovrà farsi completamente carico”. Lo scrive il giudice del tribunale civile di Viterbo, Fiorella Scarpato, dopo aver letto la relazione dei servizi sociali e dei carabinieri che la scorsa settimana erano andati a prelevare la bimba, di due anni e mezzo, a casa della madre, ricevendo un secco “no” dalla donna.
Questa è la storia di una separazione conflittuale, e di una figlia contesa dai genitori. La piccola sta con la madre. A Baressa, un piccolissimo centro in provincia di Oristano, in Sardegna. Ma il papà ha ottenuto, con un provvedimento del giudice di Viterbo, che sia affidata a lui. Il problema? Vive nella città dei Papi. E per la mamma sarebbe impossibile, anche rispettando l’ordinanza del tribunale di via Falcone e Borsellino, poterla vedere nei giorni consentiti dal giudice. Per questo la settimana scorsa, quando i servizi sociali prima e i carabinieri poi hanno bussato alla sua porta, la donna ha detto no e si è rifiutata di consegnare la piccola.
“Tale comportamento – scrive il giudice – non ha solo inasprito una situazione assai delicata e complicata ma ha fatto in modo che ad attendere i servizi sociali vi fossero anche dei manifestanti, rendendo impossibile e irragionevole ogni forma di intervento alternativo che non rendesse ancora più traumatica la separazione della minore”. La madre si era infatti trincerata sul balcone di casa, da cui è spuntato uno striscione con la scritta “È un’ingiustizia”. Mentre davanti all’abitazione si erano raccolti molti compaesani, lì per sostenere la donna.
“Appare indispensabile – continua il giudice – incaricare uno psichiatra della Asl di Oristano affinché si rechi dalla signora per verificare lo stato di salute della madre e della bambina, apparendo l’integrità psicofisica (della piccola) fortemente a rischio in ragione della condotta materna”.
Alla donna dunque un ultimatum di dieci giorni, affinché consegni “spontaneamente” la bimba. Sennò scaduto il tempo, “l’esecuzione forzata”.
Sta seguendo da vicino la storia della giovane madre, Mauro Pili, ex parlamentare e leader di Unidos. “È una storia che non trova nessuna giustificazione – denuncia -, perché una giovane madre sarda ha deciso dopo una separazione conflittuale di tornare a vivere insieme alla sua piccola dai propri genitori, nella comunità dove è cresciuta. Scelta obbligata perché dopo la separazione si è trovata senza lavoro, senza casa, con un sostentamento di 150 euro al mese”.
Il giudice scrive anche che i servizi sociali “hanno tenuto una condotta sicuramente censurabile e al vaglio della procura in ragione della scelta di comunicare alla signora, pur avendo ormai piena consapevolezza del rifiuto che la stessa avrebbe opposto, il giorno in cui si sono recati a prelevare la minore”. “È gravissimo – conclude Pili, che ha annunciato di aver rivolto un appello anche al tribunale dei minori di Cagliari – che i servizi sociali di Baressa siano stati segnalati alla procura solo per aver avvisato la madre dell’ordine ricevuto e che ha visto l’intero paese riversarsi in strada per fermare un atto così grave”.
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