Viterbo – Accusano il padre-patrigno di averle massacrate di botte e violentate quando avevano 13 e 14 anni, due sorelle dovranno adesso testimoniare in aula al processo in cui l’uomo, un muratore romeno cinquantenne, è imputato di maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale aggravata su minori. Secondo lo zio che le ha allevate: “Si sono inventate tutto perché non stavano andando a scuola”.
All’epoca dei fatti, che sarebbero avvenuti tra il 2016 e il 2017, tra Orte e Vasanello, non fu disposto l’incidente probatorio per cristallizzare la versione delle presunte vittime, che quindi dovranno essere nuovamente ascoltate a distanza di anni all’udienza del 7 gennaio 2020. In quella data sarà sentita anche una delle due sorelle maggiori, che da ragazzine avrebbero subito la stessa sorte.
Le minori sono parte civile con l’avvocato Mirko Bandiera. L’imputato è difeso da Enrico Zibellini.
Ieri, nel frattempo, davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, ha testimoniato lo zio delle adolescenti ed ex cognato dell’imputato, il quale ha spiegato come la madre, sua sorella, sia scappata con un altro, prima in Romania e poi in Repubblica Ceca, lasciando le due figlie più piccole, una delle quali avuta da un altro uomo, assieme al padre-patrigno, al fratello e allo zio.
“Mia sorella si è fatta l’amante ed è andata via con lui. Mio cognato in Romania, quando le figlie erano bambine, lavorava in miniera. In Italia siamo giunti oltre dieci anni fa per fare i muratori. Andiamo dove c’è il lavoro, anche fuori. In quel periodo io ero a casa perché il cantiere dove stavo era fermo a causa del maltempo. Mio nipote, invece, era tornato per un anno in Romania. Mio cognato lavorava a Ostia, partiva all’alba e tornava per cena. Le piccole avevano una camera da letto tutta per loro, mentre le grandi erano già andate via, a Napoli, dove entrambe hanno trovato un ragazzo e si sono sposate”, ha esordito il testimone.
“Ero io a occuparmi delle ragazze, perché mio cognato usciva alle 4 del mattino per andare a Ostia e tornava alle 9 di sera. Facevo spesa, preparavo loro da mangiare, le accudivo, le aiutavo a fare i compiti. Facevano le medie e le uniche discussioni col padre erano sempre per la scuola. Lui voleva che studiassero, che si impegnassero. Sono volati anche degli schiaffi, perché non andavano a scuola”, ha spiegato il testimone, dando la colpa di tutto quanto è successo alla sorella.
“Quando il 9 febbraio 2017 è venuta a casa la polizia con le assistenti sociali, le ragazze non stavano andando a scuola da una settimana e per questo avevano paura. Non parlavano neanche con me. Ma lo hanno detto per telefono alla madre. E lei gli ha detto di dire bugie. E’ stata lei a dire loro di inventare una storia per giustificare perché non andavano a scuola”, ha proseguito.
Le adolescenti, portate via e nascoste in un luogo protetto il 9 febbraio di due anni fa, da allora non avrebbero più visto il padre-patrigno e solo 4-5 volte lo zio, a Terni, in modalità protetta.
“Ha mai chiesto loro cosa sia successo?”, hanno chiesto la pm Eliana Dolce e la presidente Mattei al testimone. “Non posso fare loro domande durante i colloqui, mi è stato vietato dalle assistenti sociali. Posso chiedere come stanno in generale, della scuola, ma mi è stato vietato di chiedere loro della vicenda per cui sono state allontanate da casa”, ha spiegato lo zio.
Si torna in aula dopo la Befana e per quella data, salvo imprevisti, le due sorelle ricostruiranno davanti al collegio l’accaduto.
Silvana Cortignani
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