Viterbo – L’agricoltura non si ferma mai. Non la ferma il maltempo, non la fermano nemmeno le guerre e non l’ha fermata neanche la pandemia. Ma il carico di lavoro (e i guadagni) sì che sono cambiati. “Con il Covid le aziende hanno lavorato male, a fatica. Però l’impegno è stato costante, come quello dei sanitari, perché come loro siamo una categoria che fornisce servizi essenziali”. Mauro Pacifici, presidente della Coldiretti di Viterbo, nel tracciare un bilancio del 2020 appena concluso, sottolinea la forza delle imprese agricole di affrontare anche questa crisi. Per superarla e guardare avanti punta tutto su tre parole: “Made in Italy”.
Presidente Pacifici, che anno è stato il 2020 per le aziende agricole?
“E’ stato un anno molto difficile, come per tutti. Gli agricoltori non si sono mai fermati, perché il loro lavoro è tra quelli essenziali, ma questo non vuol dire che non hanno subito delle perdite. Anzi. Ci sono state realtà che si sono ritrovati con il doppio problema di avere raccolti e bestiame da mandare avanti senza poi però avere la possibilità di venderlo. Ma le nostre aziende devo dire che hanno avuto tutte le spalle larghe e in un modo o nell’altro sono riuscite ad andare avanti”.
Quali settori sono stati più colpiti dalla crisi economica innescata dalla pandemia?
“Quando a marzo si è partiti con il primo lockdown abbiamo subito avuto il sentore della gravità della situazione. Chiaramente i più colpiti sono stati quelli che lavoravano principalmente con il mondo Ho.re.ca. (Hotellerie, Restaurant, Catering ovvero la ristorazione e l’ospitalità ndr) e quindi aziende vitivinicole, aziende casearie, agriturismi. Tra marzo e aprile, poi, la scure si è abbattuta molto anche sul settore florovivaistico che si è visto annullare i possibili guadagni con la festa delle donne, la Pasqua e tutta una serie di cerimonie che sono state vietate per mesi”.
Qualche numero sulle perdite?
“Per quanto riguarda le aziende vinicole quattro aziende su dieci hanno registrato un crollo del 50% del valore delle vendite. Chiaramente è andata molto peggio a chi si occupa di etichetti di alto livello che vengono vendute soprattutto nei ristoranti. Chi produce vino di qualità più commerciale ha continuato a lavorare con la grande distribuzione. Ma la crisi peggiore l’hanno scontata gli agriturismi. Con il ciclo turistico chiuso e la produzione continua e costante di materie prime nei loro orti e nei loro campi si sono trovati quasi a dover buttar via verdure, ortaggi e formaggi. Alcuni sono riusciti a ripiegare vendendoli nei mercati, ma le perdite sono state altissime. Infine, non ci dimentichiamo del caseario che hanno subito molto la chiusura dei bar. Il flusso del latte è diminuito e solo dopo una decisa mediazione di Coldiretti si è riusciti a scongiurare un esagerato ribasso del prezzo”.
Questo sul prezzo del latte è stato soltanto uno dei tanti risultati ottenuti da Coldiretti che si è spesa molto a tutela delle aziende. In che modo?
“Intanto appena iniziato il primo lockdown ci siamo subito dati da fare per combattere le speculazioni attivando un indirizzo email apposito: sos.speculatoricoronavirus@coldiretti.it. Qui abbiamo accolto tantissime segnalazioni che, aggiunte all’eccellente lavoro straordinario di tutte le forze dell’ordine, hanno fatto in modo che il settore fosse tenuto sotto controllo. Perché si sa quando un’economia è debole rischia di essere sotto attacco e permeabile di situazioni poco chiare.
Poi abbiamo chiesto e ottenuto dei finanziamenti di 30mila euro con la garanzia dell’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare ndr) a tasso agevolato rimborsabili in sei anni con due anni di preammortamento. E, ancora, siamo riusciti ad avere misure ad hoc per il benessere degli animali, agevolazioni fiscali per le aziende agricole, un bando di 250 milioni di euro (a livello nazionale) per dare sostegno alle famiglie in difficoltà e sostenere gli acquisti di prodotti Made in Italy”.
A proposito di Made in Italy. Da sempre, ben prima dell’arrivo Coronavirus, avete sempre avuto a cuore i prodotti italiani o, ancor meglio, locali. Cosa ha fatto Coldiretti in questo senso?
“Sì, da sempre insistiamo e crediamo nel Made in Italy. Ma ora più che mai c’era davvero tanto bisogno di stare vicino alle nostre aziende, quelle del territorio. Per questo da maggio abbiamo lanciato la campagna #mangiaitaliano per dare sostegno alle filiere interne. Abbiamo contattato tutti i comuni della provincia per aiutarci a sostenerla, invitando i cittadini a scegliere prodotti locali e le catene della grande distribuzione per fare in modo che riempissero i loro scaffali con questi. Lo stesso prefetto Bruno, che ringrazio di nuovo, ha capito l’importanza del progetto e ci ha sostenuto, così come uno dei grandi marchi di supermercati che ha punti vendita sia a Viterbo che a Tuscania”.
Covid a parte, come sono andate le raccolte quest’anno nel Viterbese?
“Partiamo dal vino. Nel 2020 la vendemmia ha avuto un calo per quanto riguarda i quantitativi, ma un’ottima qualità, nettamente superiore a quella degli altri anni. Per l’olio è stata davvero un’annata record: basti pensare che cooperative che producevano tra i 12 e i 16mila quintali di olio, con picchi massimi di 20 quintali, quest’anno ne hanno fatti 3omila. Di olio ce n’è stato tanto e anche di ottima qualità perché non c’è stato il problema della mosca e le olive erano tutte sane. La campagna di raccolta è durata molto di più del solito, si è chiusa in questi giorni, e se all’inizio la resa era un po’ bassa, intorno all’8/9% di olio ogni quintale, alla fine si sono raggiunti anche picchi del 18/19%. Le cose sono andate bene anche per le nocciole, con una buona produzione e la tenuta dei mercati. Non molto bene, purtroppo, le castagne che hanno avuto un andamento a macchia di leopardo: sopra i 600 metri, quindi nella zona dei Cimini, pochissima quantità, mentre è andata un po’ meglio più in basso seppur con un prodotto che ha sofferto un po’. I numeri medi, comunque, sono stati al negativo. Per fare un esempio un’azienda di 30 ettari che l’anno scorso ha raccolto 650 quintali di castagne, quest’anno ne ha fatti appena 30″.

Nella Tuscia negli ultimi anni le forze dell’ordine hanno scoperto diverse aziende in cui la manodopera veniva sfruttata e sottopagata. Una indagine dei carabinieri del genere si è conclusa anche poche settimane fa. Cosa si può fare e cosa fa Coldiretti per contrastare il caporalato?
“Il caporalato è una piaga odiosa che da sempre ci sta a cuore. Per questo Coldiretti ha già da tempo istituito un comitato scientifico, presieduto dall’ex magistrato Giancarlo Caselli, che studia sia i vecchi che i nuovi reati dell’agroalimentare. A tutto quello che si produce con manodopera minorile, sottopagata o sfruttata noi mettiamo un bollino nero. Vogliamo sostenere, invece, prodotti di alta qualità organolettica e anche etica. Abbiamo creato una piattaforma “Job in country”, dedicata alle ricerche e alle offerte di lavoro in agricoltura, un ulteriore mezzo per combattere il caporalato con contatti trasparenti tra chi ha necessità di personale e chi vuole trovare un’occupazione. Voglio sottolineare, però, che queste brutte realtà nel nostro territorio sono mosche bianche, anche se siamo ben consapevoli che nessuno può chiamarsi fuori da problemi di questo tipo. I casi nella Tuscia sono ancora pochi, ma vanno prevenuti e vanno ringraziate le forze dell’ordine per l’impegno che mettono nel loro lavoro di vigilanza”.
Per chiudere, un augurio e una previsione per il 2021 che sta iniziando. Come si potrà superare questa crisi economica innescata dal Covid?
“Io credo che la risposta sia ancora una volta racchiusa in tre semplici parole: Made in Italy. Un concetto che va difeso e curato sempre. Se puntiamo su ciò per cui il nostro territorio è vocato possiamo superare ogni ostacolo. E il Viterbese, come del resto l’Italia intera, è la culla dell’agroalimentare, dell’artigianato e del turismo di qualità. Difendiamoli”.
Francesca Buzzi
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