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Bilanci 2020 - Il comandante provinciale dei carabinieri Andrea Antonazzo parla di criminalità organizzata, di come è cambiato il lavoro dell'Arma durante il Covid e dello spaccio di droga che sembra non placarsi

“Se non denunciamo non siamo in grado di resistere alla penetrazione mafiosa”

di Elisa Cappelli
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Il comandante provinciale dei carabinieri Andrea Antonazzo

Il comandante provinciale dei carabinieri Andrea Antonazzo


Viterbo – “Se non denunciamo non siamo in grado di resistere alla penetrazione mafiosa”. Il colonnello Andrea Antonazzo, comandante provinciale dei carabinieri, sui dati emersi dall’indagine Eurispes sulla permeabilità della mafia che hanno visto la Tuscia in una fascia medio-alta. 

Non solo. Antonazzo fa un bilancio di fine anno e racconta come è cambiato il lavoro dell’Arma durante il Covid, lo stato psicologico dei carabinieri in un ruolo del tutto nuovo e inaspettato, il rapporto con la gente, la Asl e i sindaci.

E poi la violenza di genere che si è perpetrata durante il lockdown, gli arresti di Ischia di Castro e lo spaccio di droga che sembra non aver trovato pausa nemmeno in un periodo in cui gli spostamenti sono risultati più difficili: è l’unico reato che non ha subito cali durante il Coronavirus.

Com’è cambiato il lavoro dell’Arma in questo periodo di Covid?
“C’è da distinguere il periodo. Durante il lockdown è cambiato radicalmente. Abbiamo girato tantissimo, abbiamo visto un territorio spettrale, la natura e gli animali si sono ripresi le strade, sembrava un altro posto. Eravamo fuori al lavoro in molti – anche perché con meno mobilità ci sono stati meno reati – e presidiavamo il territorio. Abbiamo controllato la zona rossa, aiutato gli anziani con le pensioni, abbiamo dato supporto a chi era in una grande situazione di disagio, alla Asl e ai sindaci nell’indagine epidemiologica”.

E dopo il lockdown cosa è successo?
“La situazione è cambiata, abbiamo ricominciato tutti a muoverci ed è stato più complicato. Perché non erano poche le persone in giro, con qualcuno anche positivo, e la cosa è stata più difficile da monitorare. Non solo. E’ stato difficile soprattutto per la nostra tutela e la tutela delle persone con cui ci siamo relazionati. Nella seconda ondata abbiamo pagato anche noi con un discreto numero di positivi, con un picco di più di trenta. Abbiamo quindi avuto bisogno di riorganizzare alcune attività di controllo ed essere molto rigidi nell’uso di mascherine e di guanti che abbiamo imposto in alcune circostanze. Una cosa cominciata a febbraio e che facciamo tutt’ora è mantenere le coppie fisse: gli equipaggi nelle auto, ad esempio, sono gli stessi, non facciamo più i cambi che si fanno normalmente perché così limitiamo un’eventuale diffusione del contagio a quel singolo nucleo. Se una volta il personale di diverse stazioni si ritrovava insieme per svolgere particolari attività, ora lo si fa molto di meno perché significa mettere in contatto reparti diversi. Come la stazione di Onano che abbiamo chiuso sia per tutelare il personale che i cittadini che potevano entrarci in contatto”.

Com’è stata l’estate?
“C’è stata una situazione particolare che speriamo non si ripeta adesso, ovvero gli assembramenti: sia in una situazione tipo quella di Montalto, sia le persone in giro in città, sembrava che ci fossimo liberati del virus ma in realtà abbiamo solo covato. Forse avere avuto una maggiore libertà ci sta aiutando adesso a vivere questa nuova situazione di emergenza, ma in alcuni casi si è un po’ esagerato. In generale comunque le nostre attività cambiano di continuo a seconda delle decisioni del governo e dell’evoluzione del virus”.

Come avete vissuto psicologicamente e umanamente questo periodo? 
“E’ stato complicato, in un certo modo, dover seguire passo passo anche i bravi cittadini che in genere non commettono reati, ma che in questa situazione di emergenza abbiamo dovuto controllare e guidare. In un primo periodo è stato difficile tenere i ragazzi in casa, in un secondo momento è stato difficile tenere a casa gli anziani che faticavano a stare rinchiusi. Abbiamo avuto turni doppi, si smontava e si rimontava subito dopo, perché era necessario essere sul territorio. Psicologicamente come carabinieri abbiamo avuto uno sfogo, per noi lavorare era un modo per uscire di casa in un certo senso. Io, ad esempio, ero l’unico della mia famiglia ad uscire. In casa c’erano mia moglie e i bambini che erano ‘in gabbia’ e nel tornare a casa facevo io la spesa. La parte più dura è quella del riuscire a fare in modo che queste regole vengano rispettate perché anche per noi non è facile. Dobbiamo guardarci dentro, dobbiamo essere noi per primi a rispettarle anche se la restrizione la patiamo anche noi. Dobbiamo ricordare l’uso della mascherina per tutelare noi stessi, ma soprattutto il prossimo”.

E’ stato difficile per voi interpretare i decreti come spesso lo è stato per i cittadini?
“Sì. All’inizio indubbiamente erano una novità per tutti. Abbiamo iniziato con un livello di dettaglio minimo nelle norme ma, mano a mano, i decreti sono diventati sempre più lunghi e sempre più dettagliati per contemperare tutte le esigenze: all’inizio c’erano casi concreti da affrontare, casi che non erano scritti nel decreto. Bisogna saper affrontare la situazione con un po’ di buon senso, capire quando la situazione è una reale esigenza, un’emergenza oppure no. Ricordo una coppia di ragazzi – durante il periodo di autocertificazione – che disse di stare andando al centro commerciale. Poi, in realtà, si sono fermati ai giardinetti di via Garbini e hanno spacciato”.

Ci sono stati comunque molti arresti di droga durante il lockdown?
“I risultati sono leggermente superiori all’anno scorso, siamo in linea al 2019 il che non è un dato positivo perché, nonostante la diminuzione dei reati per la difficoltà di movimento, sul fronte droga questo non è successo. Anche durante il lockdown è stata un’attività che ci ha tenuti molto impegnati, più o meno come in un periodo normale. Tra denunce e arresti, abbiamo individuato 145 persone che spacciavano, lo scorso anno era 139. Non è stato difficile notarli durante il lockdown e la storia dei giardinetti è stata emblematica”.

Lockdown e violenza sulle donne. Come siete riusciti ad entrare in contatto con queste persone in un momento in cui stare chiuse in casa ha rappresentato un momento di maggiore difficoltà per loro, anche comunicativa?
“I modi in cui siamo stati in contatto sono stati diversi. In primis in alcuni casi ha aiutato avere la conoscenza diretta con qualche collega. In una situazione la donna in questione conosceva il comandante di una stazione e si è rivolta a lui. Con il risultato che il marito violento è stato prima allontanato e poi arrestato. La donna ha trovato un luogo sicuro con cui stare con i figli. Ma devo dire che in molte hanno trovato il coraggio, sono venute e hanno deciso di denunciare. E’ un bel segnale, è un gesto che cambia la vita, in maniera radicale. Chi non denuncia è per il timore di ciò che viene dopo, l’ignoto, perché si pensa sempre che la famiglia sia comunque una garanzia ma poi questo regge fino a un certo punto. Ed è la parte più complicata perché chi non denuncia è più difficile da raggiungere e da aiutare. Ci sono casi in cui la denuncia viene più facile, come nei casi del revenge porn in cui è necessaria per fermare la diffusione dei filmati. L’invito in generale comunque è di denunciare”.

Parlando del caso Ischia di Castro. La vicenda ha messo in luce che lo sfruttamento della manodopera è un tallone d’Achille del territorio?
“Il territorio offre lavoro dal punto di vista agricolo e c’è chi ne approfitta. Il numero oscuro dei casi di sfruttamento è certamente alto, perché magari ne troviamo uno e ce ne sono altri tre. Ma noi dobbiamo agire sempre seguendo la legge, non possiamo fare le cose con superficialità quindi ogni situazione deve essere accuratamente ponderata. Non basta avere il sospetto che qualcuno possa essere stato sfruttato, dobbiamo verificarlo e per farlo ci vogliono tempo e attività, non è sempre così scontato. Ci vogliono elementi sufficienti. In molte delle situazioni che ci siamo trovati ad affrontare, più che un lavoro totalmente al nero o assunzioni non regolari, si è trattato di sfruttamento dei lavoratori con turni di lavoro eccessivi, condizioni di vita e sistemazioni al limite. Il lavoro nei campi è spesso eseguito da una manodopera poco consapevole dei propri diritti, che non conosce le tutele che la legge attribuisce alle categorie dei lavoratori. Chi proviene da paesi dove la vita non è facile forse qui si trova a vivere una vita un po’ più facile e, probabilmente, la prende ‘per buona’. Non si rendono forse pienamente conto che la situazione dovrebbe essere diversa”.

E’ da poco uscita un’indagine dell’Eurispes che mette la Tuscia in una fascia medio-alta di permeabilità della mafia. Com’è la situazione, specialmente dopo il famoso caso viterbese scoperchiato con l’operazione Erostrato?
“Quel caso è emblematico perché purtroppo alcune delle vittime non hanno mai denunciato. E la permeabilità ai fenomeni mafiosi è proprio quella: il non denunciare. Il fatto che si abbia paura o non ci sia la volontà di denunciare per vari motivi, porta al ploriferare di comportamenti illeciti che poi, quando organizzati con famosi metodi che diventano mafiosi, portano queste attività ad essere fiorenti. Basta poco: se una persona chiede e ottiene dei soldi da un commerciante, poi continua a chiedere e continua ad avere, è chiaro che andrà da un altro commerciante e poi da un altro ancora”.

Quindi nella Tuscia ci dobbiamo preoccupare? E quanto?
“Ci dobbiamo preoccupare perché se non denunciamo non siamo in grado di resistere alla penetrazione mafiosa. E’ preoccupante fintanto che avremo persone che pensano di risolvere il problema dell’infiltrazione mafiosa con l’attesa o con metodi tipo ‘amicizie’ o rivolgendosi ad altri che non siano le forze dell’ordine”.

Elisa Cappelli


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8 gennaio, 2021

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