Viterbo – “La giunta della sindaca Chiara Frontini deve ripartire dalla vivibilità del centro storico. Un centro storico che va rigenerato innanzitutto come luogo dell’abitare”. Marco Trulli è presidente di Arci Viterbo che in questi anni ha animato la città con iniziative culturali mantenendo vivo il filo della solidarietà e dell’integrazione.
Per Trulli bisogna partire “dalle cose più semplici, verde urbano, parchi, pulizia, fino all’integrazione e agli spazi per la programmazione artistico e culturale. Se una città è un posto qualificato per abitare diventa anche un posto interessante da vivere dal punto di vista turistico. Un’altra questione urgente è la nomina del garante comunale per i diritti dei detenuti. E questo affinché i diritti di tutti e di tutte vengano rispettati”.
Dalla giunta Frontini, infine, “mi aspetto – ha concluso Trulli – un’apertura verso i soggetti culturali e sociali del territorio per la costruzione di processi condivisi”.
Marco Trulli
Marco Trulli, che ne pensa della nuova amministrazione comunale di Viterbo?
“Stiamo a vedere. Noi siamo per il confronto, come abbiamo fatto coerentemente con tutte le amministrazioni. C’è un piano di visione politica e c’è un piano di operatività fatto di tanti servizi che offriamo sul piano culturale e sociale. Ad ampio raggio. Quindi è chiaro che il rapporto sarà di collaborazione. Ed è altrettanto chiaro che la città ha voluto qualcosa di nuovo che si è affermato con una percentuale importante”.
Quali sono, secondo lei, gli interventi che la nuova amministrazione dovrebbe mettere subito in campo?
“Viterbo è una città che da decenni vede frustrate le proprie aspettative. Dal mio punto di vista si deve partire dalla vivibilità del centro storico. Un centro storico che va rigenerato innanzitutto come luogo dell’abitare. Dalle cose più semplici, verde urbano, parchi, pulizia, fino all’integrazione e agli spazi per la programmazione artistico e culturale. Se una città è un posto qualificato per abitare diventa anche un posto interessante da vivere dal punto di vista turistico. Un’altra questione urgente è la nomina del garante comunale per i diritti dei detenuti. E questo affinché i diritti di tutti e di tutte vengano rispettati. Questa città ha vissuto e vive una relazione problematica con il carcere. Riallacciare il rapporto tra il consiglio comunale e la casa circondariale attraverso la presenza di un garante renderebbe tutti più rappresentati. Tante città lo hanno istituito”.
Invece cosa è successo?
“E’ successo che molto spesso è stata anteposta la logica turistica rispetto a chi abita il centro storico. Va fatto invece il contrario. Non perché chi ci abita è ‘padrone’ del centro, ma semplicemente per favorire le attività che sono produttive, residenziali e di socializzazione. E questo per non trasformare la città in un museo a cielo aperto, cosa che non sarebbe produttiva per il futuro del territorio. L’idea di trasformare un territorio in una prospettiva solo turistica comporterebbe solo lo svuotamento del centro e il monopolio da parte di un’economia che tra l’altro è anche un’economia con performance stagionali. Una città che non dipende da una sola fonte di reddito è una città più equilibrata che può guardare meglio al futuro”.
Rigenerare il centro storico significa anche rigenerare un patrimonio artistico fatto di sale, spazi, edifici che sono chiusi da decenni…
“Infatti, e per farlo bisogna passare innanzitutto attraverso una riflessione condivisa con il territorio rispetto a cosa vogliamo fare di sala degli Almadiani, sala Gatti, palazzo Calabresi, l’ex Tribunale. Solo per citarne alcuni. Qualche anno fa, assieme all’allora consigliere regionale Riccardo Valentini, pubblicammo un dossier sugli edifici pubblici abbandonati o non utilizzati dal quale venne fuori che gli spazi in questo stato ammontano a quasi 2 chilometri quadrati di superficie. Di fatto un piccolo comune deserto. Tutti questi spazi possono diventare spazi del futuro. Per ora sono soltanto spazi del passato che stanno lì in attesa o comunque non generano occasioni di programmazione culturale e incontro”.
Perché secondo lei nessuno ha mai messo mano a questi spazi abbandonati?
“Non c’è stata mai una visione d’insieme. Nessun assessorato l’ha avuta e nessun assessorato ha tentato di cucire assieme le visioni della cultura e della cittadinanza dei diversi operatori presenti”.
Per quanto riguarda invece gli spazi utilizzati, lei ha citato sala degli Almadiani e sala Gatti, in tal caso sembra invece essere mancata una vera e propria programmazione…
“In tal caso andrebbero rivisti i meccanismi di concessione e regolamentazione degli spazi. Questi spazi non possono essere legati al singolo momento. Su determinati spazi va fatta una programmazione capace di coinvolgere le varie realtà sociali e culturali, con l’amministrazione che deve dimostrarsi in grado di programmare e progettare gli eventi assieme agli operatori che lavorano sul territorio”.
In questi anni tuttavia il dialogo tra realtà culturali e amministrazione è un po’ mancato. La responsabilità è solo del comune?
“Purtroppo, e lo dico da operatore culturale, siamo stati abituati ognuno a coltivare il suo pezzetto e ad accontentarsi di quello che arrivava ogni anno per la propria iniziativa. Raramente c’è stata una visione d’insieme mettendosi a tavolino per collaborare e condividere”.
Una programmazione culturale che dovrebbe migliorare anche dal punto di vista dell’accessibilità da parte di fasce sociali che invece in questi anni sembrerebbero essere state dimenticate…
“Questo è un altro nodo importante. Il bisogno di migliorare l’accessibilità alla cultura da parte di fasce finora escluse come i migranti e persone con redditi più bassi. E anche in tal caso, andare a decentrare e a lavorare sul potenziamento delle istituzioni culturali, musei, teatri e biblioteche, come luoghi di educazione alla cultura e di produzione culturale diventerebbe un servizio di cittadinanza molto importante. Questo non riguarda solo il centro storico, ma soprattutto il ruolo della cultura come produzione di educazione quotidiana alla cittadinanza”.
Viterbo – Centro storico
Come si possono trasformare gli spazi abbandonati in “spazi del futuro”?
“Ci sono diverse esperienze. Nella storia degli ultimi anni la rigenerazione urbana ha significato non tanto la riqualificazione degli spazi, ma la necessità di farli vivere. Rigenerazione non significa nuove cubature, ma processi che partono dal basso attraverso la collaborazione pubblico-privato che vede il pubblico innovare i processi di concessione. A Bologna, ad esempio, non si fanno solo i bandi, ma anche procedure guidate, di accompagnamento. Il comune individua spazi e associazioni e poi fa delle concessioni a x anni con contratti di comodato d’uso. E’ chiaro che queste realtà che nascono devono ‘ridare’ proponendo dei servizi diversi. Sempre a Bologna, in mercato coperto, è nata un’orchestra giovanile che gestisce questo mercato, diventato uno spazio del quotidiano a base culturale. Spazi dove si mangia, si portano i bambini in una ludoteca e al tempo stesso vedere una mostra oppure uno spettacolo. La rigenerazione è la moltiplicazione dei diritti d’uso di uno stesso spazio rispetto a quelli del passato. La capacità di far accedere più persone di diverse provenienze in uno stesso luogo”.
Per arrivarci anche a Viterbo come si fa?
“Serve un lavoro radicato di integrazione, coinvolgimento di fasce sociali differenti. Gli spazi non mancano. La città di Viterbo ha bisogno di aggregare e rivivere i propri spazi non solo attraverso pratiche a base ‘commerciale’ ma anche mediante processi di crescita educativa, sociale e di cittadinanza. Per fare tutto questo è fondamentale rompere le barriere e lavorare sull’integrazione. In particolar modo in quartieri come quello di San Faustino dove devi sostenere presidi educativi che hai, come la scuola in via Emilio Bianchi e l’asilo del Sacrario. Da qui possono partire pratiche di coesione e integrazione, agganciando famiglie e persone che vivono nel quartiere”.
Un quartiere, quello di San Faustino, co0sì come altri in centro, che vengono però vissuti dalle istituzioni solo dal punto di vista della sicurezza…
“Su questo purtroppo registriamo un’omologazione attorno a parole d’ordine di un certo tipo. Bisogna invece intervenire sui presidi sociali presenti. Le telecamere servono a poco. Se uno non fa un lavoro di prevenzione che riguarda anche l’abitare, i presidi sociali e culturali, i servizi alle persone e alle famiglie, dopo diventa difficile pensare che San Faustino possa crescere e guardare avanti. Le risposte securitarie sono monche e riguardano un lasso di tempo di breve durata. Semmai poi funzionassero”.
Oltre alla visione d’insieme, secondo lei cos’altro è mancato alle politiche culturali e sociali viterbesi in questi ultimi anni?
“Ad esempio l’omologazione delle realtà culturali su uno stesso piano, pur facendo cose diverse. A mio avviso bisogna innanzitutto riconoscere i ruoli diversi, dopodiché tutto questo deve stare all’interno di un sistema capace di dialogare. Un sistema che deve essere aiutato a diventare di carattere nazionale e internazionale con un lavoro di promozione da parte dell’amministrazione. Un sistema che non deve essere frustrato”.
In che senso?
“Un festival d’avanguardia ha un ruolo diverso da un evento di promozione territoriale. Questo per fare un esempio. E non vuol dire che l’uno sia più importante dell’altro o viceversa. Dopodiché i luoghi della cultura devono stare dentro un sistema in cui i perni centrali sono il teatro, il museo, l’archivio e la biblioteca e intorno a questo si lavora. Siamo stati invece frammentati con contributi a pioggia o che guardavano alla necessità di accontentare tutti. Chi fa l’assessore deve poi essere garante della trasparenza nei confronti di tutti senza recitare più ruoli in commedia, consentendo uno sviluppo mediante il dialogo con la regione e gli enti territoriali”.
Cosa serve, quindi, nell’immediato per far ripartire la programmazione culturale a Viterbo?
“Serve un programma annuale condiviso con l’amministrazione e in cui tutti hanno un ruolo. Serve una programmazione partecipata, quello che è mancato. Programmazione partecipata significa inoltre sviluppo di nuove progettualità e crescita di cose nuove che vengono anche da terreni diversi. Siamo stati abituati troppo a una politica degli eventi e poco alla programmazione culturale e organizzativa. Personalmente poi ritengo che i grandi eventi non possano recitare un ruolo nella crescita sostenibile di una città e un territorio che vuole fare della sua bellezza e dei suoi monumenti una punta di eccellenza”.
Viterbo – San Faustino
Che cosa hanno significato e significano per Viterbo i grandi eventi?
“Hanno contribuito sicuramente all’animazione della città ma in qualche modo hanno anche lasciato una grande frustrazione. Sono nati e si sono divorati da soli perché poi a un certo punto, per la mania di crescere, anche in maniera sovradimensionata, sono diventati insostenibili. Invece gli eventi e la programmazione culturale devono essere sostenibili rispetto al territorio, ai residenti e pure al fatto che non si può concentrare tutto su San Pellegrino. In questo modo si contribuisce solo alla nascita di locali in un determinato quartiere e soltanto un certo tipo di servizi. Così un quartiere diventa quello della movida e un altro quello dormitorio. La politica culturale va portata avanti in tutti i quartieri cercando di lavorare sull’accessibilità e sui luoghi permanenti, sostenendo gli eventi”.
Che ne pensa di Vittorio Sgarbi assessore alla bellezza e Alfonso Antoniozzi alla cultura?
“Per quanto riguarda Alfonso Antoniozzi credo possa far bene. Ha tutte le carte per farlo. Su Sgarbi non mi pronuncio, non saprei proprio cosa dire. No comment”.
Che ruolo deve avere l’assessore alla cultura in una città come Viterbo?
“Non deve essere il direttore artistico della città, ma un garante che decide e programma le linee culturali e di sviluppo della città e dei suoi poli culturali. Non fa l’agente promozionale di una città o di un marchio. L’assessore è chiamato a svolgere un ruolo politico”.
Il 9 luglio c’è il Lazio Pride a Viterbo. A che punto siete con l’amministrazione?
“Il comune si è già dimostrato interesse per l’evento del 9 luglio. La cosa più importante di tutte è agevolare l’organizzazione di un evento di questo tipo che è la prima volta che si fa a Viterbo. Credo che il patrocinio sia scontato, proprio per la portata di questo evento. Poi sarà la sindaca a decidere il ruolo che vorrà avere. Il Pride è un giorno di festa e rivendicazione dei diritti. Su questo si misurerà come l’amministrazione e la città vorranno affrontare queste tematiche in futuro. Con la speranza che si sviluppino dei servizi in città rispetto alle questioni di genere”.
Cosa si aspetta dalla giunta della sindaca Frontini?
“Mi aspetto un’apertura verso i soggetti culturali e sociali del territorio per la costruzione di processi condivisi, cosa che non è mai avvenuta in passato. E questo rispetto a questioni nodali come lo sviluppo urbano, le questioni sociali, la cultura, l’integrazione sociale. Mi aspetto inoltre un’indicazione sullo sviluppo sostenibile e un’attenzione al tema energetico e del verde perché le mutazioni climatiche ci stanno portando al disastro. Anche qui dobbiamo interrogarci su alcune questioni. Ad esempio l’utilizzo dell’acqua bene comune. In ogni caso mi aspetto un percorso aperto di condivisione. Il fatto che l’assessore Alfonso Antoniozzi abbia parlato di partecipazione delle realtà del territorio lascia ben sperare. Dopodiché è chiaro che è tutto da vedere. Poi, rispetto alla partecipazione nello specifico, c’è il tema delle consulte e dei tavoli di concertazione. Questo è un punto di garanzia e di coinvolgimento di tutti che va organizzato in un certo modo. Abbiamo ragionato a partire da tavoli governati dalle istituzioni. Dobbiamo invece ragionare anche sulla delega, cioè sul fatto che il terzo settore possa essere in qualche modo libero di intervenire sulle politiche territoriali senza per forza essere governato dagli enti pubblici. Serve quindi un rapporto libero che deve essere dettato dalla volontà di orientare e correggere gli indirizzi della pubblica amministrazione”.
Daniele Camilli
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