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Tribunale - Secondo l'accusa erano "prenotazioni" - Ma l'agente afferma: "C'era il numero della madre di un altro recluso"

Spaccio in carcere, poliziotto spiega “pizzino” ricevuto da detenuto-pusher

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Il carcere di Mammagialla

Il carcere di Mammagialla


Viterbo – (sil.co.) – Droga a Mammagialla, ex agente testimone al processo in cui sono imputati di spaccio tre detenuti, tra cui un 54enne di Brindisi che confidò agli inquirenti di avere acquistato una decina di volte stupefacenti, accusando di connivenza anche il personale della polizia penitenziaria. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Simone Bernini, Giorgio Sacco e Samuele De Santis.

Le prove in un video, proiettato in aula lo scorso 9 febbraio, contenente sia i filmati della videosorveglianza interna che quelli della videocamera portatile usata per incastrare i sospetti nella aree non coperte del carcere, senza farsi scoprire a loro volta. In azione sia gli agenti penitenziari, sia i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Viterbo.

Davanti ai giudici del collegio un poliziotto in pensione di 54 anni, che avrebbe conosciuto solo uno degli imputati, un tunisino 46enne residente a Padova. Assieme al pugliese e a un 40enne di Roma sono stati sorpresi a passarsi e confezionare dosi di eroina tra giugno e luglio 2016.

Il tunisino, che il teste ha detto di avere conosciuto nel carcere di Tolmezzo, in provincia di Udine, gli avrebbe consegnato un “pizzino”, ripreso dalle telecamere, di cui all’udienza di mercoledì il pubblico ministero Paola Conti gli ha chiesto conto.

“Era un fogliettino con il numero di telefono della madre di un altro detenuto”, ha detto l’ex agente, cui il tunisino non avrebbe spiegato niente, anzi non avrebbe proprio proferito verbo, ma lui avrebbe capito lo stesso che doveva chiamare la donna, pur senza sapere il perché e il percome. 

Sollecitato dalla pm Conti, sulla base di quanto dichiarato a suo tempo alla polizia giudiziaria, il testimone ha ricordato di avere poi incontrato la madre del detenuto a Orte.

Sempre a suo tempo, avrebbe messo a verbale che la donna gli aveva chiesto di “introdurre una bottiglia di liquore in carcere”. Il tunisino, invece, gli avrebbe detto: “Poi qualcuno ti farà un regalo”. Ma in aula non ha rammentato né il “particolare” della bottiglia, né quello del regalo. 

Per chiarire la vicenda, il prossimo 9 novembre sarà sentito come testimone anche il detenuto che tramite il tunisino avrebbe chiesto all’agente della polizia penitenziaria di telefonare alla madre senza dirgli perché.


Il pubblico ministero Paola Conti

Il pubblico ministero Paola Conti


Le riprese risalgono ai mesi di maggio, giugno, luglio 2016, quando due detenuti, gli imputati romano e tunisino, impiegati come “spesini”, approfittando della disponibilità del magazzino e dei locali adiacenti, dove non erano presenti agenti, nascondevano e confezionavano lo stupefacente, ricavando involucri dalle punte della dita di guanti in lattice, da consegnare poi ai detenuti assieme alla merce ordinata. 

Le “prenotazioni”, avvenivano tramite pizzini. Si vede il tunisino che sale sull’ascensore portavivande e poi si mette a leggere un foglietto, pensando che non fosse coperto dalle telecamere. 


Articoli: Spaccio a Mammagialla, su maxischermo i video che tradiscono i “pusher” – “Ecco come abbiamo sorpreso gli ‘spesini’ a confezionare dosi coi guanti di lattice” – Spaccio a Mammagialla, ok alle intercettazioni che incastrano i detenuti – Spaccio all’interno del carcere, indagato anche un agente della penitenziaria


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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21 ottobre, 2022

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