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Stupro di gruppo all’Ellera, la vittima: “Mi sono fidata di quello che credevo un amico”

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Violenza - immagine di repertorio

La vittima è finita in ospedale – immagine di repertorio


Viterbo – Stupro di gruppo all’Ellera, la vittima testimonia in tribunale e conferma tutte le accuse.

“Mi sono fidata di quello che credevo un amico”, ha detto in aula parlando dell’unico imputato rimasto a processo. L’altro è morto la scorsa primavera.

E’ stata sentita dal collegio nella tarda serata di martedì 20 dicembre quando, a causa dell’accavallarsi dei processi, l’udienza si è protratta fino all’ora di cena. 

Nel frattempo sono trascorsi oltre tre anni da quando, il 28 settembre 2019, due viterbesi di 45 e 57 anni, C.C. e M.T., avrebbero fatto ubriacare e poi abusato di una 39enne in un appartamento tra i quartieri Ellera e Santa Lucia. La donna potrebbe essere stata anche drogata.

Il 45enne è deceduto la scorsa primavera, per cui il processo prosegue per il 57enne. “Mi fidavo di lui, per me lui era un amico”, ha detto la parte offesa di quest’ultimo, rimasto l’unico imputato in concorso.

“Credevo fosse un amico, per questo ho accettato di salire a casa sua con loro, dopo essere stati insieme al bar”, ha raccontato la donna, parte civile con l’avvocato Francesca Bufalini.

“Invece avevano premeditato tutto. Li ho sentiti che parlottavano tra loro e ridevano in cucina, da dove sono tornati con un bicchiere di vino dal sapore stranamente amaro, bevuto il quale il 45enne ha cominciato a mettermi le mani addosso. Ho cercato con gli occhi lo sguardo del mio amico, sicura che mi avrebbe difesa, invece hanno abusato insieme di me”, ha spiegato sl collegio con grande lucidità e compostezza la vittima, che da tre anni sta seguendo un percorso psicologico nella speranza di potere un giorno superare il trauma della violenza sessuale subita.

Una violenza documentata dai referti dell’ospedale di Belcolle, che hanno anche confermato l’ingestione di sostanze oppiacee. La paziente, consapevole solo di avere subito abusi, sarebbe rimasta per due giorni in stato soporifero, non giustificato dalla semplice assunzione di alcolici, per poi ricostruire davanti alla polizia tutta la vicenda. L’imputato è difeso dall’avvocato Roberto Merlani.

In aula anche un ispettore del nucleo antiabusi della squadra mobile e la barista cui nell’immediatezza la donna, scaricata seminuda e in stato confusionale sotto casa dai due imputati, avrebbe detto “sono stata violentata”, facendo il nome degli aguzzini. Nell’immediatezza, inoltre, avrebbe anche inviato un messaggio all’ex fidanzato con scritto “sono stata violentata”, dicendo anche a lui nome e cognome degli imputati uno dei quali per l’appunto deceduto la primavera scorsa.

Il processo riprenderà il prossimo 16 maggio.

Silvana Cortignani


Francesca Bufalini

L’avvocato di parte civile Francesca Bufalini


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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