Viterbo – Spaccio sul litorale romano, pena ridotta da 16 a 10 anni in appello per il boss di mafia viterbese Ismail Rebeshi.
Risale a pochi giorni fa la sentenza della corte di appello di Roma su ricorso del difensore Roberto Afeltra.
Il 31 gennaio, invece, il quarantenne albanese, sempre assistito dall’avvocato Afeltra, comparirà davanti alla corte di cassazione contro la condanna a 10 anni e 11 mesi in secondo grado per associazione di stampo mafioso nell’ambito dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019.
Motivo per cui è detenuto in regime di carcere duro, al reparto 41 bis del penitenziario di Cuneo.
Rebeshi è inoltre in attesa della cassazione contro la condanna a tre anni in secondo grado scaturita dall’operazione Ichnos, per cui fu arrestato il 26 novembre 2018, per un presunto traffico di droga con la Sardegna e condannato a sei anni di reclusione in primo grado.
A Viterbo, infine, ha ancora diversi processi pendenti, uno in corso per minacce e diffamazione in cui è parte civile un maresciallo dei carabinieri e altri due avviati verso la prescrizione: uno in cui è imputato di falso e l’altro per spaccio con l’ex braccio destro Sokol Dervishi, anche lui albanese, diventato collaboratore di giustizia nell’ambito di mafia viterbese.
Operazione “Sottovuoto”
Rebeshi, secondo l’accusa fornitore di una banda di pusher, è stato raggiunto dalla misura cautelare in carcere il 9 febbraio 2021, nella sezione 41 bis del carcere di Cuneo.
L’operazione “Sottovuoto” è scattata al culmine di un’inchiesta della squadra mobile di Roma che avrebbe smantellato una banda di 11 spacciatori italo-albanesi, di cui Rebeshi sarebbe stato il principale fornitore, attiva sul litorale romano tra Ardea e Pomezia.
Il quarantenne era stato condannato a 16 anni in primo grado il 4 novembre 2021. Pena ridotta in appello a dieci anni.
Ai vertici della banda ci sarebbe stato un albanese, conosciuto come Lele, “soggetto di notevole caratura delinquenziale”, il quale ad ogni trattativa si sarebbe recato armato di pistole con il colpo in canna. Secondo le intercettazioni, nonostante la “notevole caratura delinquenziale”, avrebbe avuto paura di Rebeshi. “Io stavo per spararmi con quello di Viterbo per questo mi sono raffreddato”, avrebbe detto riferendosi a Ermal, come lo chiamavano i sodali.
Rebeshi secondo l’accusa avrebbe ceduto alla banda, tra l’8 maggio e il 18 ottobre 2018, 9,5 chili di marijuana, un quantitativo di sostanza stupefacente non individuata del valore di 21mila euro e 538 grammi di eroina.
Chiamato “quello di Viterbo” è stato identificato grazie alle intercettazioni dirette che hanno riguardato la sua utenza, che hanno consentito di ricollegare al boss le conversazioni in cui si menziona il soggetto di Viterbo, individuato come il fornitore al quale gli altri indagati non avevano potuto saldare il proprio debito dopo l’arresto di S. ed il sequestro dei 9,5 kg. di marijuana.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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