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Tribunale - Imputato di maltrattamenti aggravati e lesioni, in caso di condanna sarebbe finito in carcere per via della minore età della vittima

Schiaffeggiò la figliastra 17enne che “guardava la tv invece di studiare”, assolto

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Viterbo – (sil.co.) – Schiaffeggiò la figliastra 17enne che guardava la tivvù invece di studiare, assolto. Accusato di avere picchiato, insultato e morso le dita alla figlia adolescente della convivente, un 45enne d’origine calabrese residente in provincia di Viterbo è stato prosciolto ieri dalle accuse di maltrattamenti in famiglia aggravati dalla minore età della ragazza e lesioni ai danni della stessa vittima.

“L’ho cresciuta come una figlia, mi chiamava papi”, si difese l’imputato, assistito dall’avvocato matteo Moriggi, all’udienza del 12 maggio 2022 davanti al giudice Francesco Rigato. Ieri è stato prosciolto dal giudice Ilaria Inghilleri, che nel frattempo ha ereditato il procedimento. 

Secondo l’accusa nel 2018, per futili motivi, l’imputato avrebbe dato della “spastica” e della “mongoloide” alla ragazza, all’epoca 17enne, schiaffeggiandola, prendendola per il collo e mordendole le dita di una mano, con una prognosi di 4 giorni. In caso di condanna, essendo la vittima minorenne, sarebbe finito direttamente in carcere.


L'avvocato Matteo Moriggi

Il difensore Matteo Moriggi


“Accusa me di quello che faceva e diceva lei”, disse due anni fa l’imputato. “Io e sua madre siamo andati a convivere nel 2011, dopo appena sei mesi da quando ci siamo conosciuti. Lei all’epoca aveva 11 anni, il padre biologico c’era ma non c’era, per cui l’ho cresciuta come una figlia, sia dal punto di vista affettivo che economico, tanto che mi chiamava ‘papi’. Poi purtroppo, con l’adolescenza, si sono presentati problemi caratteriali e soprattutto problemi di scarso rendimento a scuola”, ha spiegato l’imputato.

“Bocciata due volte, mancava di rispetto a tutti”. “E’ stata bocciata due volte, prima al liceo linguistico e poi al liceo artistico. Rispondeva male a noi, ai nonni e anche agli amici. Il suo comportamento era caratterizzato dalla mancanza di rispetto nei confronti di tutti. Nel frattempo sulla madre aveva preso proprio il sopravvento, faceva come le pareva, non la ascoltava, per cui ero io che la pungolavo perché studiasse. Io da ‘padre’ cercavo il dialogo e lei mi rispondeva ‘sei un coglione, non capisci un cazzo’. Fino al giorno dell’episodio per cui sono finito a processo”, ha proseguito.

“Le ho detto di studiare invece di guardare la tivvù”. “Era il 15 maggio 2018 e lei doveva recuperare delle insufficienze in vista della fine dell’anno scolastico. Tornando a casa dal lavoro, invece, l’ho trovata sul divano a guardare la televisione, al che l’ho redarguita, invitandola per l’ennesima volta a studiare. Siccome continuava a borbottare, le ho dato uno scappellotto con un quaderno sulla spalla. A quel punto mi si è rivoltata contro in un modo come non l’avevo mai vista, era un’altra persona”.

“L’ho morsa perché mi aveva infilato le unghie in bocca”. Una scenata pazzesca, secondo il 45enne. “Era una furia. Mi è venuta contro e mi ha dato uno spintone per strapparmi il quaderno, facendomi cadere sul carrello porta liquori, cadendomi addosso e graffiandomi con le unghie rese spesse dallo smalto semipermanente. Mentre cercavo di ripararmi con le braccia, mi ha preso per il collo e messo le mani in bocca, motivo per cui ho stretto i denti istintivamente e l’ho morsa sulle punte delle dita, ai polpastrelli, urlando ‘non capisci un cazzo, non sei mio padre’. A fatica son riuscito a levarmela di dosso e farla andare verso il divano”.

“Era fuori di sé, non c’è stato verso di farla ragionare”. “Mi chiamava ‘papino’ quando le servivo, diceva che non ero suo padre se la riprendevo. Nonostante l’aggressione, anche quel giorno, ho provato a farla sedere sul divano con me e ragionare su quello che era successo. Invece non c’è stato verso, era fuori di sé, se ne è andata sbattendo la porta e io il giorno dopo, su consiglio dei miei genitori, sono andato in ospedale a farmi refertare”, ha concluso.


– Dà uno scappellotto alla figlia della compagna: “Invece di studiare guardava la tivvù”


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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12 aprile, 2024

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