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Tribunale - Mostrate in aula, sono quelle che hanno condotto all'identificazione di un operaio di 47enne - Decisivo il Dna lasciato su due prostitute dopo la violenza

Stupratore seriale di lucciole, parla la vittima che lo ha incastrato: “Gli ho scattato due fotografie”

di Silvana Cortignani
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Rapinatore seriale di lucciole - La foto diffusa dagli inquirenti dopo l'arresto del settembre 2019

Rapinatore di lucciole – La foto diffusa dagli inquirenti dopo l’arresto del settembre 2019


Monterosi – Stupratore seriale di lucciole, parla la vittima che lo ha incastrato: “Gli ho scattato due fotografie”. Sono state mostrate in aula ieri, davanti al collegio, le foto del rapinatore e stupratore seriale di lucciole scattate da una delle tre vittime che hanno sporto denuncia ai carabinieri.

Imputato di rapina e violenza sessuale un operaio 47enne di Bracciano, che all’epoca girava con una Smart grigia, incastrato da due delle vittime nel 2019 e arrestato a settembre di cinque anni fa con l’accusa di avere fatto lo stesso, il 15 marzo 2016, anche ai danni di una prostituta caricata in macchina e poi abbandonata nuda nelle campagne di Monterosi, che si è costituita parte civile al processo con l’avvocato Anna De Cesare. L’imputato, D.N., cui si è arrivati dopo tre anni, è difeso dall’avvocato Carlo Taormina ed è attualmente detenuto a Terni in seguito a una condanna diventata definitiva del tribunale di Tivoli. 

In tribunale accompagnata dai carabinieri, perché spontaneamente non si era presentata, ha testimoniato una 28enne romena, che a febbraio 2018 esercitava sulla Salaria, quando una notte fu ingaggiata da un cliente che le aveva chiesto di andare a casa sua: “Invece mi ha costretta a fare sesso in auto senza protezione, poi mi ha strappato il cellulare e rubato il portafoglio, quindi mi ha scaricata nuda per strada, dove mi ha raccolto una mamma in macchina con la figlia, portandomi presso un benzinaio da dove ho chiamato un taxi col telefono che nel frattempo aveva lanciato dal finestrino qualche metro più avanti”, ha spiegato.

“Lo raccontai a una mia collega, anche lei romena, che mesi dopo mi disse che a lei era successa la stessa cosa mentre era al lavoro sulla Cristoforo Colombo, che aveva fatto denuncia e si era fatta refertare. Parlando, deducemmo che fosse la stessa persona. A gennaio del 2019. a distanza di un anno da quando mi aveva aggredito, me lo sono ritrovato davanti, sempre sulla Salaria, con la stessa Smart grigia, ma di giorno, che mi faceva la stessa richiesta, cioè di andare a casa sua. Allora gli ho scattato una foto mentre mi parlava dalla macchina e poi della targa mentre scappava via.  Foto che con la mia amica abbiamo consegnato ai carabinieri”.

A quel punto i riscontri hanno dato esito positivo. Il Dna maschile refertato sull’amica corrispondeva a quello prelevato all’aspirante cliente cui si è risaliti grazie alla targa e alla foto, combaciante a sua volta con il Dna fino a quel momento rimasto di ignoto rinvenuto sui fazzoletti di carta che l’aggressore della lucciola di Monterosi aveva usato per pulirsi dopo la violenza sessuale.

Il processo riprenderà a settembre. La pm Eliana Dolce, nel frattempo, ha chiesto di acquisire la documentazione del Ris relativa alla comparazione delle tracce biologiche rinvenute dopo gli stupri, ricordando come per il caso di Monterosi fosse stata chiesta addirittura l’archiviazione quando, grazie alla denuncia delle altre due vittime venute dopo, si è sbrogliato il bandolo della matassa e si è giunti all’identificazione dell’aggressore.

Silvana Cortignani


Carlo Taormina

Il difensore Carlo Taormina


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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17 aprile, 2024

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