Viterbo – (sil.co.) – Fatta ubriacare e violentata da due “amici”, la vittima sarebbe stata anche drogata: “Mi hanno dato un bicchiere di vino stranamente amaro”. Secondo i sanitari, avrebbe ingerito sostanze oppiacee.
È il caso del presunto stupro di gruppo avvenuto in un appartamento situato tra i quartieri Ellera e Santa Lucia. Ieri erano presenti nell’aula 5 del palazzo di giustizia, davanti al collegio presieduto dal giudice Daniela Rispoli, sia la parte offesa che l’unico dei due imputati rimasto a processo dopo la morte dell’amico, deceduto nella primavera di due anni fa.
Il 28 settembre 2019, la coppia di uomini avrebbe fatto ubriacare, drogato e abusato di una quarantenne viterbese, incontrata al bar e convinta a salire a casa di uno dei due, la quale sembra fosse amica di vecchia data di uno dei futuri aguzzini.
La donna si è costituita parte civile con l’avvocato Francesca Bufalini, mentre l’uomo, il 58enne M.T., è difeso dall’avvocato Roberto Merlani.
Ieri avrebbero dovuto essere sentiti ulteriori tre testimoni dell’accusa, anche loro regolarmente presenti in tribunale. Ma per un problema di composizione del collegio l’udienza è stata rinviata a settembre, quando il processo dovrà essere ricalendarizzato in modo da stringere i tempi, dilatati anche per via dell’emergenza Covid.
Era il 20 dicembre 2022 quando la quarantenne confermò davanti ai giudici tutte le accuse. “Mi sono fidata di quello che credevo un amico”, ha detto in aula parlando dell’unico imputato rimasto a processo. “Credevo fosse un amico, per questo ho accettato di salire a casa sua con loro, dopo essere stati insieme al bar”, ha raccontato la donna.
“Invece avevano premeditato tutto. Li ho sentiti che parlottavano tra loro e ridevano in cucina, da dove sono tornati con un bicchiere di vino dal sapore stranamente amaro, bevuto il quale l’altro ha cominciato a mettermi le mani addosso. Ho cercato con gli occhi lo sguardo del mio amico, sicura che mi avrebbe difesa, invece hanno abusato insieme di me”, ha spiegato al collegio con grande lucidità e compostezza la vittima, che sta tuttora seguendo un percorso psicologico nella speranza di potere un giorno superare il trauma della violenza sessuale subita.
Una violenza documentata dai referti dell’ospedale di Belcolle, che hanno anche confermato l’ingestione di sostanze oppiacee. La paziente, consapevole solo di avere subito abusi, sarebbe rimasta per due giorni in stato soporifero, non giustificato dalla semplice assunzione di alcolici, per poi ricostruire davanti alla polizia tutta la vicenda.
In aula anche un ispettore del nucleo antiabusi della squadra mobile e la barista cui nell’immediatezza la donna, scaricata seminuda e in stato confusionale sotto casa dai due imputati, avrebbe detto “sono stata violentata”, facendo il nome degli aguzzini. Nell’immediatezza, inoltre, avrebbe anche inviato un messaggio all’ex fidanzato con scritto “sono stata violentata”, dicendo anche a lui nome e cognome di entrambi gli imputati.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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