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Madre ricattata dai pusher del carcere: “Se non paghi 200 euro per la droga, gli segano le gambe”

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Viterbo – Costretti a fare un bonifico di 200 euro per un debito di droga contratto in carcere, se non volevano che il figlio detenuto fosse gambizzato.


Viterbo - Carabinieri - Il machete sequestrato

Viterbo – Carabinieri – Il machete sequestrato


Emergono nuovi particolari sulla vicenda della coppia di genitori cinquantenni che il mese scorso sarebbero stati ricattati dai pusher che spaccerebbero in carcere sostanze al figlio tossicodipendente, ovvero il 29enne della provincia condannato lo scorso primo aprile dal collegio e tre anni e mezzo di reclusione per la tentata rapina della sera del 28 gennaio 2024 nel centro di Viterbo.

In carcere da oltre un anno, il figlio continuerebbe a drogarsi grazie alle sostanze spacciate dietro le sbarre da detenuti-pusher arrivati a ricattare anche la famiglia, costretta lo scorso 21 marzo a sporgere una doppia denuncia per estorsione, al comandante della penitenziaria e ai carabinieri competenti. Il 29enne attualmente non è detenuto al Nicandro Izzo di Viterbo. 

Dopo la sentenza, il difensore Luca De Bonis, del foro di Roma, ha chiesto al collegio i domiciliari, nella speranza che si aprano le porte di una comunità terapeutica, dove scontare la pena e disintossicarsi. Nel frattempo il suo assistito, in seguito alla querela, è stato spostato in  isolamento, in attesa di essere trasferito in un quarto carcere.  

“Premesso che né io, né mio marito abbiamo alcuna intenzione di alimentare i vizi di nostro figlio – spiega la donna a Tusciaweb – alle 12 e mezza dello 20 marzo ho ricevuto una telefonata, che ho registrato e il cui audio ho consegnato ai carabinieri da un numero di cellulare, cui ha risposto mio figlio, chiedendomi di effettuare un pagamento di 200 euro su una carta ricaricabile, di cui ho la ricevuta, su un conto il cui intestatario sarebbe familiare o amico di un qualche detenuto”.

“Mi ha detto che la somma era parte di un debito più grande, di circa 800 euro, per l’acquisto di droga in uno degli altri due istituti di pena in cui è stato detenuto”, prosegue la 46enne.

“Mentre parlavo con lui – aggiunge la donna – sentivo in sottofondo la voce di altre persone che gli suggerivano quello che doveva dirmi, frasi che ripeteva a pappagallo, per cui ho insistito per farmi passare il ‘creditore’, il quale si è presentato come un ‘difensore e garante’ di mio figlio, dicendomi che si era messo in una brutta situazione ma che in quel momento lui lo stava proteggendo. Sollecitandomi a pagare rapidamente la cifra altrimenti avrebbero picchiato mio figlio e gli avrebbero segato le gambe”. 

Silvana Cortignani


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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