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Tribunale - Imputato un tossicodipendente, la cui famiglia ha denunciato i detenuti-pusher - Dopo tre anni, il padre torna a sfogarsi

Tenta rapina col machete, condannato a tre anni e mezzo chiede i domiciliari

di Silvana Cortignani
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Viterbo - Carabinieri - Il machete sequestrato

Viterbo – Carabinieri – Il machete sequestrato


Viterbo – Condannato a 3 anni e mezzo di carcere per tentata rapina, chiede i domiciliari. È il  pluripregiudicato 29enne con gravi problemi di tossicodipendenza in carcere da oltre un anno per avere tentato di farsi consegnare lo zaino da un 35enne, puntandogli la lame di un machete lungo 45 centimetri alla gola in via del Bottalone, in pieno centro storico a Viterbo.

Era la sera del 25 gennaio 2024 e l’aspirante rapinatore era assieme a una ventenne. Il pubblico ministero Aurora Mariotti aveva chiesto quattro anni, ma il collegio, sentito il difensore Gian Luca De Bonis, ha ridotto la pena di sei mesi, riservandosi sulla richiesta di sostituire il carcere con i domiciliari, a causa dei problemi di droga che renderebbero l’imputato incompatibile con la detenzione dietro le sbarre. 

“La madre del mio assistito ha sporto querela per tentata estorsione, dopo che alcuni detenuti che avevano ceduto droga al figlio in carcere, le hanno telefonato con un cellulare di quelli che girano dentro gli istituti di pena, minacciando tutta la famiglia se non avesse fatto un bonifico su una carta Postepay”, spiega a Tusciaweb l’avvocato De Bonis, che ha riferito l’accaduto in aula durante la discussione. 

Il 29enne, a causa della problematiche legate alla severa tossicodipendenza che lo affligge, sarebbe passato da Mammagialla alla casa circondariale di Civitavecchia al carcere di Rieti: “La detenzione non fa che peggiorare la sua situazione già estremamente precaria, servono interventi di altra natura, in attesa dei quali una soluzione potrebbero essere i domiciliari”.

A settembre 2022, il padre dell’imputato rilasciò un’intervista a Tusciaweb, dicendo:  “Se la droga entra in famiglia distrugge anche i morti”. È stato lo stesso genitore, ieri, a richiamare la cronista per ricordare il calvario vissuto dalla sua famiglia. 


Polizia, finanza e carabinieri in viale Trieste

Polizia, finanza e carabinieri – foto di repertorio


“Se la droga entra in famiglia distrugge anche i morti, ora mio figlio è in carcere…”

 “Nonostante le prove raccolte da me e mia moglie, le istituzioni non fanno niente per fermare gli spacciatori e aiutare mio figlio a uscirne”, diceva nel 2022 il padre del 29enne che da anni, quando era ancora minorenne, sta combattendo la sua battaglia per salvare il figlio dalla droga.

All’epoca il giovane era stato arrestato per presunti maltrattamenti alla compagna. “Forze dell’ordine e magistrati – si sfogava il padre – dicono di avere le mani legate. Intanto mio figlio, che è tossicodipendente, è finito in carcere invece che in una comunità di recupero, dove ho chiesto che potesse essere inviato mentre era agli arresti domiciliari, prima dell’aggravamento della misura”.

“Siamo lasciati soli – sottolineava – soli in un disastro che riguarda tutto e tutti, perché quando la droga entra in casa, all’interno di una famiglia, distrugge anche i morti”.

“Sono 7-8 anni che litigo con le autorità, sono 7-8 anni che io e la madre facciamo appostamenti, sono 7-8 anni che comunico a polizia, carabinieri, finanza, dove si trovano le piazze di spaccio, da Canino a Grosseto, da Capalbio a Montalto, da Arlena a Tuscania, addirittura Perugia e Foligno, ma tutti rifiutano la nostra richiesta di aiuto e la nostra comunicazione di tragedia. Un maresciallo dei carabinieri, comandante di stazione, mi ha risposto: ‘Io non faccio lo sceriffo'”

“A causa del mix di psicofarmaci, droga e alcol che assume, mio figlio negli ultimi tempi è diventato sempre più aggressivo, ha dato più volte in escandescenze, una escalation di violenza di cui non ha memoria una volta tornato in sé”, spiegava il genitore. “Mentre era ai domiciliari, senza braccialetto nonostante fosse stato disposto dal magistrato, abbiamo chiesto il ricovero presso una comunità, ma ci è stato detto che dovevamo essere noi a trovarne una disposta ad accoglierlo e poi fare istanza”, l’amara conclusione. 

Silvana Cortignani


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Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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2 aprile, 2025

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