Viterbo – Tentò rapina col machete, la denuncia dei genitori: “Nostro figlio in carcere continua a drogarsi”. Non si rassegnano alla tossicodipendenza del figlio il padre e la madre del 29enne condannato lo scorso primo aprile dal collegio del tribunale di Viterbo a tre anni e mezzo di reclusione per una tentata rapina col machete messa a segno nel centro storico di Viterbo la sera del 26 gennaio 2024. “L’unico modo per salvarlo è che sconti la pena disintossicandosi in comunità”, dicono a Tusciaweb.
Viterbo – Carabinieri – Il machete sequestrato
L’imputato, in carcere da oltre un anno, pochi giorni prima della sentenza è stato spostato in cella d’isolamento in attesa dell’ennesimo trasferimento in un altro istituto di pena, il quarto, dopo la doppia denuncia per estorsione presentata il 21 marzo scorso dalla madre al comandante della penitenziaria e ai carabinieri di competenza, in seguito ai ricatti cui l’intera famiglia sarebbe stata sottoposta il giorno precedente dai presunti detenuti-pusher che gli procurano le sostanze.
È il motivo per cui il difensore Gian Luca De Bonis, del foro di Roma, alla lettura della sentenza ha chiesto i domiciliari per il suo assistito, sui quali il collegio si è riservato. Al fine di poter inviare il 29enne presso una comunità di recupero idonea al caso.
La tentata rapina col machete è stato solo l’ultimo atto di una gioventù bruciata dalla droga. “Un episodio gravissimo, che poteva finire in tragedia – dicono a Tusciaweb i genitori – nostro figlio, sotto l’effetto delle droghe, è arrivato a puntare la lama affilata di un machete al collo di una persona… “, sottolineano il padre e la madre, di 49 e 46 anni, residenti in un centro della provincia di Viterbo. Stanno combattendo da oltre dieci anni la loro battaglia per salvarlo dalla droga, “che quando entra in famiglia distrugge anche i morti”.
Sono convinti che il figlio possa uscirne solo con una lunga permanenza in comunità terapeutica: “C’è stato per alcuni mesi in passato, ma si sono rivelati insufficienti a sradicare la dipendenza. Anche perché, tornando a casa, ogni volta riprende a frequentare le stesse persone, tossici e spacciatori. Li abbiamo pedinati, denunciati, affrontati… ma non è servito a nulla. Siamo arrivati al punto che dobbiamo ringraziare che nostro figlio non abbia ucciso qualcuno”.
Ci hanno sperato lo scorso autunno: “Se parlate con il personale e gli assistenti sociali vi spiegheranno quanto sia difficile entrare in comunità – dicono – in casi come quello di nostro figlio non basta nemmeno la volontà. A novembre sembrava cosa fatta, invece l’ultimo colloquio è andato male ed è rimasto in carcere, dove continua a fare uso di sostanze stupefacenti, dove entra anche il Fentalyn e da dove i detenuti che spacciano hanno preso a ricattare noi familiari, costringendoci a sporgere denuncia, nonostante la paura di ritorsioni nei suoi confronti, costringendolo a finire in cella d’isolamento”, spiega la coppia.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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