Roma – Il Tar del Lazio ha annullato la decisione con cui la Regione aveva disposto la soppressione dell’istituto comprensivo del Carmine, accogliendo il ricorso presentato dal comune di Viterbo. La sentenza, pubblicata oggi, ha dichiarato illegittimo il piano regionale di dimensionamento scolastico per l’anno 2025/2026 nella parte in cui prevedeva l’eliminazione dell’autonomia amministrativa dell’istituto e il successivo accorpamento dei plessi a quattro diversi istituti cittadini.
Nel linguaggio tecnico, per soppressione si intende la perdita della personalità giuridica e dell’autonomia organizzativa dell’istituto scolastico: i singoli plessi (scuole dell’infanzia, primarie e medie) restano attivi e funzionanti, ma vengono amministrati da altre dirigenze scolastiche, suddivisi tra istituti comprensivi diversi. È esattamente quanto prevedeva il piano regionale per l’istituto del Carmine, con la frammentazione dei suoi plessi tra “Fantappiè”, “Egidi”, “Vanni” e “Canevari”.
La decisione della Regione era stata assunta con la delibera di giunta n. 1161 del 23 dicembre 2024, in attuazione del decreto interministeriale 127/2023, che imponeva alla Regione Lazio una riduzione di 23 autonomie scolastiche. Tuttavia, secondo il Tar, nel caso di Viterbo è mancata una motivazione specifica: il provvedimento si è discostato dalla proposta del comune e della provincia senza spiegare perché l’istituto del Carmine – che non presentava criticità numeriche ed era anzi riconosciuto come presidio educativo in un’area cittadina con forte disagio sociale – dovesse essere disaggregato.
La sentenza sottolinea inoltre che la Regione non ha rispettato le linee guida regionali, le quali stabiliscono criteri basati sulla sostenibilità territoriale, la continuità didattica e la protezione dei presìdi in contesti disagiati. Il criterio puramente numerico, adottato senza esplicita giustificazione, è stato ritenuto in contrasto con quelle stesse linee guida. Il Tar ha inoltre evidenziato una violazione del principio di leale collaborazione tra enti, in quanto la Regione non ha trasmesso la propria proposta alla Conferenza regionale permanente per l’istruzione, che avrebbe dovuto esprimere un parere obbligatorio.
Secondo i giudici, “la Regione non ha dato atto di alcuna criticità” né ha spiegato “le ragioni della scelta di disgregare l’istituto comprensivo del Carmine”, limitandosi a un generico richiamo agli obiettivi di razionalizzazione. Al contrario, nel verbale della Conferenza regionale permanente del 5 dicembre 2024, si legge che l’istituto assolve a un compito sociale fondamentale e merita di essere mantenuto.
Per queste ragioni, il Tribunale ha annullato gli atti regionali e quelli del Ministero dell’Istruzione collegati alla delibera, compreso il decreto con cui si dava esecuzione al piano. Le amministrazioni resistenti sono state condannate a rifondere al comune di Viterbo le spese processuali, per un importo di 2.000 euro ciascuna.
La Regione potrà ora adottare nuovi provvedimenti, ma – precisa la sentenza – dovrà farlo prima dell’inizio del nuovo anno scolastico e nel rispetto delle procedure previste.
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