Viterbo – Operazione “Petrol Station”, a distanza di quattro anni dal blitz il processo è ripreso ieri davanti al giudice Jacopo Rocchi con la testimonianza del commissario della squadra mobile che ha coordinato le indagini della polizia sfociate il 18 giugno 2021 negli arresti domiciliari per Vincenzo e Charles Salvatore Maria Salzillo, padre e figlio casertani di 67 e 32 anni, indagati dal pm Massimiliano Siddi per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto ‘caporalato”.
Un distributore Ewa a Viterbo
Tra le 12 vittime su 18 che si sono costituite parte civile, la maggior parte con l’avvocato Carlo Mezzetti, figura un solo italiano, mentre gli altri lavoratori sono tutti cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno, assunti nei distributori della catena Ewa, secondo l’accusa con contratti part time, ma costretti a lavorare di fatto fino a 12 ore al giorno, per 3 euro l’ora.
“Le indagini sono partite dal distributore in direzione Orte sulla superstrada – ha spiegato il poliziotto – era novembre 2019 e i due dipendenti, entrambi extracomunitari, lamentavano una decurtazione di 200 euro su uno stipendio di 800, col dire loro che c’erano stati degli ammanchi. Abbiamo così scoperto che in tutta Italia c’erano 130 impianti della catena, otto dei quali tra Viterbo e provincia. I sei della Tuscia che non erano stati dati in gestione a terzi, li abbiamo attenzionati, anche perché nel frattempo ci aveva cercati pure l’addetto della proprietà, sostenendo di essere stato minacciato dai due benzinai per via delle trattenute, senza sporgere però denuncia, nemmeno per i presunti ammanchi”.
In aula anche uno dei due dipendenti che hanno chiamato la polizia, un africano di 33 anni, il quale ha ribadito nella sua testimonianza la decurtazione di 200 euro su uno stipendio di 800 euro operata dal “boss”, ovvero colui che sarebbe stato minacciato senza sporgere querela. Aveva firmato un contratto per quattro mesi, dalle ore 14 alle ore 22, ma ne ha fatto solo due, settembre e ottobre 2019. “Dopo che è venuta la polizia mi ha dato i miei 800 euro”, ha detto, spiegando di avere però perso il lavoro. Ma non si è licenziato: “Non sono stato io, è stato il capo”.
“Dall’11 gennaio al 28 febbraio 2020, abbiamo piazzato una telecamera h24, al distributore sulla superstrada, scoprendo che gli addetti lavoravano sempre otto ore abbondanti, monitorando con appostamenti e fotografie le altre stazioni e identificando 15 lavoratori, tra cui un solo italiano. Dopo di che abbiano acquisito i contratti di lavoro presso il centro per l’impiego e confrontato con il contratto nazionale, che è stata la nostra stella polare”, ha proseguito.
“Tra i quindici addetti c’erano dieci contratti part time da 20 ore settimanali e cinque da 40 ore settimanali. Considerando otto ore al giorno, sette giorni su sette… Molti erano rifugiati alloggiati in un albergo di San Martino. Tra loro c’era chi lavorava 12 ore al giorno e viveva nel gabbiotto della stazione, come a Canepina, dove siamo entrati con la scientifica. Tutti stavano su un gruppo Facebook, dove documentavano il lavoro con foto. Non c’erano giorni di riposo. Non esistevano ferie e festivi. Gli imputati capitavano un paio di volte al mese”, ha concluso.
Si torna in aula fra un mese.
Silvana Cprtignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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