Viterbo – (sil.co.) – È stato assolto ieri dall’accusa di violenza sessuale e minacce il 65enne denunciato per molestie dalla vicina di casa della sua fidanzata, che secondo i difensori Corrado Cocchi e Giovanni Bartoletti sarebbe stata spinta da desiderio di vendetta e gelosia.
È stato invece riqualificato il reato di lesioni, da aggravate a semplici, per cui l’imputato è stato condannato a 4 mesi con pena sospesa e un risarcimento di 800 euro alla vittima.
Il tribunale di Viterbo – Veduta dall’alto
Secondo la difesa, il 65enne sarebbe rimasto incastrato dalla rivalità scaturita dalla gelosia tra le due donne. Da una parte la “fidanzata” italiana e dall’altra la vicina di casa musulmana, presunta vittima 60enne dell’imputato. Che il giorno dei fatti avrebbero litigato da mattina a sera.
Era l’ora di pranzo del 27 novembre 2020 quando il 65enne si è recato dalla fidanzata. “Già stavano litigando, la vicina dava della ‘puttana’ alla mia fidanzata e lei le rispondeva ‘cornuta’. Sono state amiche fino al giorno in cui il marito della vicina non è salito da lei per un lavoretto e si è anche fermato a prendere un caffè. Credo le abbia fatto delle avances e la moglie non l’ha presa bene. Da lì è scattata la gelosia. Lei la provocava e la mia fidanzata le rispondeva”, ha spiegato in aula l’imputato durante il processo. La 60enne si è costituita parte civile con la legale Dominga Martines.
“Io non c’entro. Come tante altre volte, sono stato solo spettatore”, ha sottolineato l’uomo, che aveva l’abitudine di recarsi un paio di volte a settimana a trovare la fidanzata. Il battibecco tra le due donne sarebbe proseguito a più riprese fino a verso le cinque del pomeriggio quando, secondo l’accusa, incontrando la 60enne fuori casa l’uomo avrebbe approfittato per molestarla mentre lei aveva le mani impegnate a reggere una bracciata di legna.
La difesa ha presentato al collegio una corposa memoria prima della discussione. “L’animosità pregressa è la chiave di lettura”, ribadiscono Cocchi e Bartoletti, insistendo sulla mancanza di credibilità della presunta vittima.
“La parte offesa, quando è stata sentita dal collegio, ha esordito qualificando la vicina come ‘la prostituta di questo uomo’ – ricordano i legali – questo epiteto, carico di disprezzo e pronunciato spontaneamente, non è un dettaglio, ma la lente attraverso cui leggere l’intera vicenda. Esso rivela un’acredine personale e un giudizio morale che costituiscono il vero movente del suo narrato. Tale astio personale ha gettato un’ombra sull’obiettività dell’intero racconto, suggerendo che la ricostruzione degli eventi potesse essere stata influenzata, se non interamente determinata, da questo preesistente conflitto”.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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