– Se Viterbo oggi è nota universalmente per essere la città dei Papi e la città dove è nato il conclave, per secoli Viterbo è stata anche la città delle fontane. Ne scrivevano i viaggiatori stranieri di passaggio per la città, ma ne definivano l’uso nei particolari gli statuti comunali e gli statuti delle arti che avevano cura delle fontane. Forse nessuna città italiana ha tante fontane in luoghi pubblici come Viterbo.
La fontana con l’acqua che scorreva, che usciva da tutti i condotti, che zampillava era testimonianza del benessere della città e dei suoi abitanti perché tanta acqua significava tanta forza motrice per i mulini a grano e ad olio, tanta risorsa per le coltivazioni ortive e per la lavorazione di piante industriali come la canapa e il lino, tanto benessere per i cittadini che ne potevano disporre per la loro sete e per la loro pulizia.
Oltre il vanto dei cronisti medievali che parlano di Viterbo come della città delle belle fontane e delle belle donne, i viaggiatori d’età moderna la descrivono dotata di fontane bellissime (M. de Montaigne, 1580) e dicono che “un gran numero di fontane pubbliche la rendono particolarmente gradevole” (J. Evelyn, 1644), oppure “Viterbo, adorna d’indimenticabili fontane” (C. Dickens, 1845).
Ogni progetto che voglia puntare sul restauro, ripristino e valorizzazione delle fontane di Viterbo (erano oltre novanta tra pubbliche e private quelle censite da Cecilia Piana Agostinetti in Fontane a Viterbo. Presenze vive nella città, Roma 1985) le deve inserire nel tessuto della vita quotidiana della città.
Questo significa ricostruire (e forse in qualche caso ripristinare) i condotti che rifornivano le fontane, spiegare come facesse lo stesso condotto d’acqua a rifornire più fontane pubbliche e private e talvolta anche servisse a far funzionare più mulini, in alcuni casi alcuni lavatoi, infine a rifornire d’acqua i numerosissimi orti che crescevano dentro la città o a ridosso delle sue mura.
Gli statuti comunali e gli statuti dell’arte degli ortolani (che era quella direttamente competente sull’uso di tutta l’acqua che arrivava a Viterbo) sono ricchissimi di disposizioni che definiscono l’uso quotidiano dell’acqua per le diverse necessità e che stabiliscono i compiti dei balivi che dovevano farle rispettare. Viterbo non ha più mulini ad acqua e ben pochi orti sono rimasti dentro la cerchia delle mura: per quelle necessità l’acqua delle fontane non serve più. Ma lo zampillo e il gorgoglio dell’acqua nelle quasi cento fontane della città creerebbe uno spettacolo imponente per i visitatori che ogni giorno raggiungono Viterbo e per tutti i viterbesi che non ricordano o non hanno mai visto quanto possa essere bella la loro città, la città delle fontane.
Luciano Osbat
già professore di storia moderna e poi di archivistica generale nella facoltà di conservazione dei beni culturali dell’Università della Tuscia,
ora docente a contratto di archivistica generale presso il corso di laurea in beni culturali attivato presso la stesso università
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