– “Voe sete la più bella mentovata, come è di maggio rosa e fiore, come è d’Orvieto la facciata e di Viterbo la Fonte Maggiore” recita un madrigale amoroso medievale: già, nel medioevo la Fontana Maggiore, o Grande, o del Sepale (forse dal latino “sine pari”, senza pari) era considerata uno dei monumenti più preziosi della città, anzi un vanto di Viterbo.
Ma, come è stato detto altrove, Fontana grande è solo una delle tante fontane viterbesi, che conferiscono alla città una particolarità architettonica e urbanistica e che, fino ad un secolo fa – come ci testimoniano le fotografie dell’800 – assolvevano anche a veri e propri compiti sociali, essendo esse il fulcro della piazza, cioè il luogo di incontro privilegiato della comunità e, sovente, identificativo del quartiere .
Per San Faustino, ad esempio, la fontana – opera di profughi ferentani- era quasi il “logo”, l’emblema di quella comunità, venuta solo agli inizi del XIII secolo ad abitare a Viterbo, che ne curava l’efficienza e l’aspetto estetico con grande dedizione. E che dire della Fontana di Pianoscarano, teatro nel ‘200 di un famoso episodio di orgoglio cittadino e allo stesso tempo testimonianza del suo intenso e curato uso civico? O della fontana di “Piazzaderba”, certo più tarda, senza la quale ogni viterbese doc stenterebbe a riconoscere le sembianze e il significato stesso di quello spazio urbano?
O ancora della pur modesta fontana della Crocetta, che la pietas cittadina volle sormontata dalla figura di Santa Rosa, della santa protettrice della città, a ricordo di un episodio della sua biografia? Tanto le fontane erano identificative della città e del suo decoro, che si volle persino proteggerle, anche se ingabbiandole, dall’incuria e da ogni possibile danneggiamento.
E’ negli anni ’60-’70 del ‘900 che le fontane perdono di importanza sociale, divenendo quasi di impaccio ad un traffico automobilistico crescente, che si impossessa degli spazi del centro storico: come non interpretare negativamente una foto degli anni ’70 che ci restituisce la fontana di Piazza delle Erbe quasi come spartitraffico di un deprimente parcheggio?
Una certa inclinazione burocratica all’efficientismo e qualche cattiva interpretazione delle regole del restauro architettonico dei monumenti antichi (che a Viterbo ha riguardato anche qualche edificio e certe parti delle mura, ridotte a muraglioni autostradali), in seguito ha rischiato di pregiudicare definitivamente l’aspetto delle fontane. Ora è venuto il momento di provvedere; si tratta di investire in arte e cultura, quindi di restituire alla città la piena godibilità di monumenti che meritano non solo di essere preservati nella loro integrità, ma anche nella loro funzione, che è quella di essere “fontes”, cioè di buttare acqua. Le fontane sono unicum a Viterbo, che ha prodotto addirittura una serie di imitazioni nel resto del territorio provinciale e che è stato esportato anche altrove. Per quanto riguarda Fontana grande, non posso dimenticare che la sua copia ridotta ma perfetta, che si può oggi ammirare a Rodi, fu lì voluta dallo storico viterbese Pietro Egidi (un mio prozio), che in quell’isola ricopriva un ruolo di funzionario ministeriale.
Tuttavia, la cura delle fontane può funzionare soltanto se, assieme alla restituzione funzionale e architettonico-urbanistica, si realizza la loro restituzione “sociale”, se cioè acquistano nuovamente l’attenzione dei cittadini, se questi sono pronti a proteggerle, a valorizzarle: e non solo attraverso le istituzioni rappresentative, ma direttamente, personalmente. Non è un compito facile, questo, in una società che genera mostri di vandalismo e che preferisce girare lo sguardo altrove quando accade un episodio di ordinaria inciviltà. Certo un’amministrazione locale, una sovrintendenza, una università potranno fare la loro parte, anzi “dovranno” farla (e non è tanto questione di soldi, quanto di sensibilità al problema); ma dovranno essere soprattutto i cittadini a ritrovare dentro di sé, dentro il proprio dna, quello stesso amore, quella stessa dedizione e, soprattutto, quello stesso orgoglio, che animava i loro progenitori nella cura delle fontane civiche.
Curare, valorizzare, certo; ma soprattutto saper fare manutenzione (un tempo l’acqua nelle vasche delle fontane era sempre chiara…) e, ancor più, saper vigilare su un bene che non è solo nostro, perché appartiene alle generazioni passate, a quelle future ed è patrimonio della cultura dell’intera umanità.
E’ quindi auspicabile che le fontane diventino veramente un “bene di quartiere”: esse infatti ben rappresentano l’identità rionale, e da esse si può trarre spunto per ricostruire una più concreta partecipazione sociale, collettiva alla cosa pubblica. Si può cominciare con le fontane, si può proseguire con altri monumenti, con altri angoli cittadini come i parchi e i giardini di quartiere. Non ne trarranno vantaggio soltanto i monumenti, gli spazi urbani e l’ambiente, ma anche la capacità dei viterbesi di essere cittadinanza.
Francesco Mattioli
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