– Lo fa ogni volta. Dai palchi di tutta Italia e tutta Europa. Dopo aver presentato al pubblico, uno per uno, gli uomini della sua band – chi newyorkese, chi londinese, chi veneziano – la rock star della contrada dell’Oca grida orgogliosamente di sé: Gianna Nannini da Fontebranda, Siena!
Proprio così: da Fontebranda, Siena.
Potrebbe sembrare folklore. E invece no. E invece siamo dentro a una storia che risale i secoli e ci riconcilia con le nostre più remote radici culturali: quel senso di identità e di appartenenza che legava gli uomini fra loro nel patto del libero comune medievale.
Eh sì, perché all’apogeo della loro repubblica (mentre Dante li appellava «vani» e Boccaccio «besci», cioè bestie) i senesi pigliavano i viaggiatori che facevano tappa nella loro città (e li pigliavano proprio tutti: ambasciatori, mercanti, pellegrini, attori girovaghi) e se li portavano a fare un giro giù a Fontebranda. Gliela sciorinavano davanti e intanto facevano il petto gonfio. Gonfio d’onore e di orgoglio.
Alle sorgenti del nostro presente, nel basso medioevo, fonti e fontane divennero simbolo e vanto di quei cento campanili che in seguito avremmo chiamato «Italia». Emblemi di forza economica e di bellezza insieme. Di bellezza come forza economica. Finalmente, dopo secoli e secoli di stagnazione le comunità tornavano a domare imbrigliare redimere le due risorse più preziose: l’acqua e la pietra. Mettevano il basto alla natura, al lupo minaccioso delle fiabe, dettando così le prime righe di quel romanzo ergologico visivo sentimentale che è stato, almeno fino a ieri l’altro, il paesaggio della nostra modernità.
E Fontana grande? Che c’entra Fontana grande?
Beh… se in una città di cui per secoli i grandi viaggiatori europei, da Montaigne a Fellini, insieme con la bellezza delle nostre donne vollero lodare le nostre belle fontane; se proprio la più bella fra esse i nostri trisavoli vollero ribattezzare «La Grande», senz’altro appellativo, fino al punto di fantasticarne un etimo fanfarone: «sine pari», senza paragoni; se infine proprio Fontana grande sarebbe presto precipitata in proverbio, immortalata negli endecasillabi di un delizioso stornello popolare in compagnia – udite udite! – della gran macchina del duomo di Orvieto («e di Viterbo la Fontana grande!»)…
Beh, allora è proprio vero: nomen-omen.
E un motivo dovrà pur esserci stato.
Duole rendersi conto che stiamo usando solo verbi al passato.
Perché nei Viterbesi di oggi quell’orgoglio, quella virtù civica sembrano scordati per sempre.
Perché insieme – ahimé: insieme – cittadini e amministratori viterbesi, quella virtù e quell’orgoglio sembrano averli sperperati in fretta. Per ottenerne in cambio che cosa? Una città mal fatta, trasandata e sciatta? Una comunità ostaggio dei propri egoismi di parte, arteriosclerotica ignorante disintegrata? Una Cenerentola infelice?
Tutto ciò se è vero – come è vero – che la struttura, potente e aerea al tempo stesso, di questo capolavoro duecentesco è ormai minata e malandata dagli effetti di una protratta incuria e di una carente manutenzione. E mentre le auto – ammucchiate le une sulle altre per vie vicoli e piazze di un centro storico che mai nessuno vorrà per davvero proteggere dalla violenza di un traffico idiota e qualunquista – e mentre le auto soffocano Fontana grande da ogni lato, noi Viterbesi ci ostiniamo a negare, a noi stessi e ai nostri ospiti-turisti (puntualmente incantati e disgustati al tempo stesso), il valore più grande: la possibilità di godere ancora di questo monumento nei suoi delicati e suggestivi rapporti visivi sia con le tracce residue della raccolta struttura urbana medievale sia nel suo raffinato dialogo con le trasformazioni tardo-rinascimentali che irretirono Fontana grande in un’onda di bellezza. Un’onda di luccichii spaziali, che dai gradini a croce greca piovono ancora giù, per via Cavour (Strada Nòva, potevano chiamarla ancora i nostri padri), a ricongiungersi-armonizzarsi con il diagonale prospetto degli archi di palazzo dei Priori.
Il che vale a dire negazione di quella armonia che è la nostra storia fatta paesaggio. Negazione dell’unica vera ricchezza che veri cittadini proteggerebbero a costo della vita. Che saggi amministratori coltiverebbero al di là di quelle patetiche miopie che chiamiamo scadenze elettorali.
Fontana grande, la tua acqua è il nostro latte. Sei la nostra vita.
Viterbesi, adottate vostra madre. O sia vergogna per sempre.
Antonello Ricci
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