Ronciglione – “Non c’è nessun Pablo Escobar a Ronciglione”, fece sapere l’imprenditore cinquantenne Mauro Fioravanti tramite i suoi legali il giorno dopo l’arresto nell’ambito di una maxi operazione contro un presunto traffico internazionale di cocaina dalla Colombia a carico dell’ex boss della banda della Magliana e di 27 presunti complici.
Adesso che ha ritrovato la piena libertà ci tiene a dire: “Prelevato e portato in caserma stile Provenzano, devo ringraziare i carabinieri per la loro umanità”. Al momento del blitz fu circondato dai militari.
Era l’alba dello scorso 4 giugno quando a casa di Fioravanti si sono presentati nove carabinieri che, dopo averlo condotto in caserma, dove lo aspettavano altri quattro militari per le formalità di rito, lo hanno riportato nella sua abitazione dove è rimasto “blindato” ai domiciliari per 24 giorni. Fino a quando il tribunale del riesame, preso atto delle ragioni avanzate dai legali Marco Marcucci e Matteo Moriggi, non lo ha rimesso in libertà senza alcuna restrizione.
Mauro Fioravanti, cosa le ha fatto più male di questa vicenda che le è costata per tre settimane la privazione della libertà?
“Sono incensurato, quindi sicuramente vedermi piombare a casa le forze dell’ordine che dovevano notificarmi, con mia grande sorpresa, un’ordinanza di custodia cautelare per una vecchia vicenda risalente al 30 novembre 2020, per cui a suo tempo avevo subito sporto denuncia ai carabinieri. Mi trovai dei tizi nel mio locale di Roma, a causa di mio cugino di Rignano, che ha precedenti e ora sta ai domiciliari col braccialetto. È colpa sua se mi sono visto accostare a certa gente, a me del tutto sconosciuta”.
Lei non ha mai conosciuto, magari incontrandolo per caso, il boss Marcello Colafigli, “Marcellone” della ex banda della Magliana?
“Mai visto. Così come gli altri dell’ordinanza. Conosco solo mio cugino, che mi mi ha messo in mezzo dicendo che aveva dato a me 200mila euro che sarebbero stati per la droga. Meno male che i miei avvocati hanno messo insieme tutta la documentazione mentre io ero rinchiuso a casa senza potere fare neanche una telefonata, sono stati bravissimi e li ringrazio. E ringrazio i carabinieri di Ronciglione, così come la mia famiglia, a partire da mia moglie e mia madre che si sono adoperate per me quando non potevo, nonché gli amici che mi sono stati sempre vicini.”.
Dice di voler ringraziare i carabinieri di Ronciglione che l’hanno arrestata nel blitz del 4 giugno…
“Sono stati i primi a stupirsi del mio arresto, conoscendomi da oltre venti anni. Anche se sono entrato in caserma stile Provenzano, nel senso che ero circondato dai militari, loro si muovevano in punta di piedi e quasi che mi consolavano. Sono stati professionali, senza però che venisse mai meno l’umanità. Sempre riservati, ma non freddi e distaccati, anche quando dovevano venire a suonarmi alle tre di notte per assicurarsi che fossi a casa”.
I militari le suonavano nel cuore della notte?
“Sì, è loro dovere controllare chi sta ai domiciliari. Il problema è che quando citofonavano, mi veniva la tachicardia. Non per me, ma perché oltre a me si svegliavano anche i miei figli. Io scendevo, mostravo il documento ai carabinieri, come vuole la prassi, ed era fatta. Un adempimento velocissimo. Ma poi restavo sveglio fino a che non ero certo che i miei figli si fossero riaddormentati”.
Ci diceva che il suo locale di Roma non ha mai chiuso, nemmeno mentre era ai domiciliari…
“Mai, il mio locale non ha chiuso neanche un giorno, a differenza di quanto hanno scritto alcuni giornali di Roma, raccontando tutta una serie di fandonie a dimostrazione che non sapevano nulla dei fatti. Lo hanno pure chiamato ‘il bar dei narcos’. Ma quando mai? Sono venuti una volta dei tizi, e io li ho denunciati. Punto. Il locale è rimasto sempre aperto”.
Cosa è cambiato nella sua vita dopo il 4 giugno?
“Ad esempio mi manca l’abitudine che avevo di fermarmi a mangiare qualcosa a Roma dopo la chiusura del locale prima di tornare a Ronciglione. Ho smesso di farlo perché, mi dico, potrei essere fermato per un controllo mentre torno a casa nel cuore della notte da forze dell’ordine che non sapendo chi sono, scoprendo del mio coinvolgimento nell’inchiesta, potrebbero decidere di smontarmi la macchina per vedere se tante le volte nascondessi droga. Diciamo che preferisco evitare, ecco”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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