– Un ufficio di 15 metri quadri da dividere in tre. C’era appena lo spazio per le scrivanie nei locali di via Fontanella Sant’Angelo.
E’ qui che, nel 2003, furono trasferiti quattro dirigenti del Comune di Viterbo. “Parcheggiati”, come racconta al processo Cev (fotocronaca) uno di loro: è Giorgio Falcioni, passato dal banco degli imputati – era accusato di un abuso d’ufficio, oggi prescritto – a quello dei testimoni.
Assunto nel ’73 come caposervizio, Falcioni ha lavorato fino al 2011 al settore comunale Lavori pubblici. Ma ai giudici del processo Cev racconta che, per lui e per qualcun altro, l’aria a Palazzo dei Priori si era fatta irrespirabile dai primi anni Duemila. “Non ho avuto vita facile – dice -. Nel 2003 ho ricevuto un ordine di servizio con il quale sono stato destinato alla mia nuova, fantomatica attività di consulenza, studio e alta specializzazione. Eravamo in quattro”. Ne parlano in due, in aula, insieme a Falcioni. L’altro testimone, ingegner Mario De Cesare definisce quel settore di competenze “una scatola vuota”. Luciano Morelli è ancora più esplicito: “Giocavo col computer, leggevo il giornale e facevo le parole crociate”. In pratica, tutto tranne che lavorare.
“L’attività era nulla in quell’ufficio – continua Falcioni -. Da come ne parlavano, quella struttura doveva essere la punta di diamante dell’amministrazione. In realtà, non c’era lavoro. Siamo stati demanzionati e parcheggiati. Messi da parte perché davamo fastidio, almeno questa è la mia opinione…”. Una causa di lavoro e sei mesi più tardi, Falcioni fu reintegrato ai Lavori pubblici. Per l’ingegnere, il motivo di quell’esilio forzato stava nelle vecchie ruggini con l’allora direttore del Comune di Viterbo Armando Balducci, tra i 17 imputati per associazione a delinquere. Tra Falcioni e Balducci fu scontro frontale sui lavori di costruzione del tribunale. Il city manager voleva modificare il progetto, ma la sua perizia di variante, secondo l’ingegnere, violava alcune normative.
“Gabbianelli ci convocò – prosegue Falcioni -. Mi disse che la perizia di Balducci andava bene. Quindi o la accettavo o avrebbe preso i provvedimenti del caso. Fui rimosso dall’incarico di responsabile del procedimento. Al mio posto, subentrò un’altra persona. A quel punto, la perizia non ha avuto problemi”.
Sono le ultime due testimoni, ex dipendenti del Cev, a riportare l’attenzione sul cuore del processo: i servizi che il Comune delegava alla partecipata multiservizi e quest’ultima “rimbalzava” agli imprenditori del consorzio, socio del Cev. Un esempio? Il verde pubblico, affidato direttamente a Daniel Plant’s. L’azienda emetteva fatture al Cev e e il Cev al Comune. Ma faceva anche lavori extracontrattuali. La crisi nera comincia nel 2006, quando il Cev accende un mutuo di un milione di euro per pagare i suoi dipendenti. La società non fattura e va in perdita. Per “tappare i buchi”, come spiega un’ex dipendente, servì un aumento di capitale.
Proprio quegli affidamenti diretti alle imprese socie, setacciati dai pm Paola Conti e Franco Pacifici, sono all’origine del maxi processo a 26 imputati, tra imprenditori, dirigenti e amministratori dell’era Gabbianelli.
Un sistema che, per l’accusa, serviva a distribuire servizi come il verde e l’illuminazione agli “amici” imprenditori, soci del Cev. Ma in quella prassi le difese non vedono nulla di anomalo. Tanto che uno dei testimoni ricorda come la stessa Cofathec, socio del Cev, fosse stata incaricata in passato del riscaldamento degli uffici comunali.
Dei dieci testimoni citati per oggi, hanno parlato in sei. Gli altri quattro, sempre tutti dell’accusa, torneranno in aula a gennaio. Tra questi, anche Claudio Londero, parte lesa contro uno degli imputati, che lo avrebbe costretto a emettere una fattura per una prestazione inesistente.
Stefania Moretti
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