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Tribunale - Saltato l'accompagnamento da parte delle forze dell'ordine - Dopo sette anni dai fatti, l'ennesimo rinvio - Uno dei due imputati nel frattempo è morto

Fatta ubriacare e stuprata da due “amici”, il supertestimone non si presenta

di Silvana Cortignani
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Viterbo – Sono trascorsi quasi sette anni da quando il 28 settembre 2019 una viterbese oggi 44enne finì in ospedale per le lesioni riportate dopo di che denunciò a fatica, temendo di non essere creduta, di essere stata vittima di uno stupro di gruppo in un appartamento tra di Viterbo. Ieri, a distanza di tre anni dalla sofferta testimonianza in aula della vittima, il processo ha subito un nuovo stop per il mancato accompagnamento da parte delle forze dell’ordine dell’ultimo testimone dell’accusa. Se ne riparla il prossimo autunno. 


Violenza - immagine di repertorio

Violenza – immagine di repertorio


Uno dei due imputati nel frattempo è morto, nella primavera del 2022, mentre prosegue in solitaria il processo al presunto complice, M.T., un 60enne difeso dall’avvocato Roberto Merlani. La 44enne, parte civile con l’avvocato Francesca Bufalini, è stata sentita oltre tre anni fa davanti al collegio, il 20 dicembre 2022, quando uno dei due presunti aguzzini era già deceduto.

Ieri l’uomo non era in aula, mentre c’era come sempre la parte offesa. ma mancava il super testimone, cui ka donna avrebbe confidato nell’immediatezza l’accaduto, quando si sono incontrati per strada e lei era sotto shock e con i vestiti strappati. Il 15 aprile dell’anno scorso si era presentato in tribunale, ma era stato congedato perché l’udienza, per motivi tecnici, non potè essere celebrata. Dopo di che si è reso uccel di bosco e per ieri ne era stato disposto l’accompagnamento coattivo. Ma nessuno sarebbe andato a prenderlo ed è andato in scena ancora un rinvio. 

“Mi sono fidata di quello che credevo un amico”, ha spiegato oltre tre anni fa la 44enne, parlando dell’unico imputato rimasto a processo. La donna, che potrebbe essere stata anche drogata, si riferiva per l’appunto al 60enne: “Mi fidavo di lui, per me lui era un amico”. “Credevo fosse un amico, per questo ho accettato di salire a casa sua con loro, dopo essere stati insieme al bar”, ha porseguito. 

“Invece avevano premeditato tutto. Li ho sentiti che parlottavano tra loro e ridevano in cucina, da dove sono tornati con un bicchiere di vino dal sapore stranamente amaro, bevuto il quale il più giovane ha cominciato a mettermi le mani addosso”, ha aggiunto. “Ho cercato con gli occhi lo sguardo del mio amico, sicura che mi avrebbe difesa, invece hanno abusato insieme di me”, ha spiegato al collegio con grande lucidità e compostezza la vittima, che sta seguendo un percorso psicologico nella speranza di potere un giorno superare il trauma della violenza sessuale subita.

Una violenza documentata dai referti dell’ospedale Santa Rosa, che hanno anche confermato l’ingestione di sostanze oppiacee. La paziente, consapevole solo di avere subito abusi, sarebbe rimasta per due giorni in stato soporifero, non giustificato dalla semplice assunzione di alcolici ma dall’amnesia retrograda povocata dallo shock, per poi ricostruire davanti alla polizia tutta la vicenda. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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6 maggio, 2026

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