Civita Castellana – (sil.co.) – Carcere confermato per una presunta pusher tunisina 32enne considerata una figura chiave della rete di spaccio operante tra Roma e Civita Castellana. Lo ha stabilito il 20 maggio la quarta sezione penale della corte di cassazione, che ha rigettato il ricorso presentato dalla difesa dell’indagata contro l’ordinanza di custodia cautelare emessa lo scorso gennaio dal tribunale del riesame di Roma.
Corte di cassazione
Sodalizio da 150mila euro al mese. Al centro del caso c’è un’imponente associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico, capace di movimentare circa tre chilogrammi di cocaina al mese, con un volume d’affari superiore ai 5mila euro al giorno, pari a circa 150mila euro mensili. Secondo i giudici, l’organizzazione vantava una struttura solida e piazze di spaccio ben radicate sul territorio.
Fulcro dello smercio un bar- Alla 32enne è attribuito il ruolo di “pusher stabilmente inserita” nella compagine criminale, attiva in particolare nel comune di Civita Castellana. Un impianto accusatorio fondato sulle testimonianze degli acquirenti, su conversazioni intercettate relative ai conteggi del denaro e persino su una lettera di assunzione fittizia presso un bar del posto, ritenuto il fulcro logistico dello smercio.
“Lavora in Sicilia”. Il legale della donna ha impugnato la misura di custodia cautelare in carcere, sottolineando come l’indagata sia formalmente incensurata e si sia da tempo trasferita in Sicilia, avviando un lavoro regolare, denunciando un presunto “travisamento della prova”, visto che l’ordinanza del riesame la indicava controllata a ottobre 2025 in provincia di Catania per un nuovo episodio di droga, mentre era stata semplicemente rintracciata, fotosegnalata e aveva eletto domicilio nell’ambito della stessa indagine.
“Spiccata capacità a delinquere”. Nonostante l’errore commesso dal riesame sul controllo in Sicilia sia stato riconosciuto, la corte di cassazione ha ritenuto tale dato non decisivo ai fini della tenuta complessiva del provvedimento. I giudici di legittimità hanno infatti evidenziato la spiccata capacità a delinquere e la spregiudicatezza della donna, desunte da altri elementi insindacabili, come la disponibilità a ospitare un’altra sodale agli arresti domiciliari e il costante aiuto prestato al cugino (ritenuto il capo del sodalizio) durante la sua restrizione.
Vale la presunzione di pericolosità. Per la cassazione, la presunzione di pericolosità legata ai reati di associazione per traffico di stupefacenti non è stata superata dal semplice decorso del tempo o dal trasferimento in un’altra regione. Le misure alternative, come i domiciliari o il divieto di dimora, sono state ritenute inadeguate a recidere i legami con il clan. La ricorrente è stata quindi condannata anche al pagamento delle spese processuali, confermando la legittimità della custodia cautelare in carcere.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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