Viterbo – Lascio volentieri ad altri la vis polemica su crocifisso a scuola sì/crocifisso a scuola no, un argomento trito che puntualmente ricompare sulle cronache giornalistiche non appena qualche protagonista di turno si esibisce in una sua personale crociata.
C’è un dato non so quanto rappresentativo, ma che mi sembra interessante: tra i commentatori dell’articolo di don Berni che riporta l’episodio, coloro che criticano la decisione dell’insegnante di non ammettere il crocifisso nella sua classe sono una larghissima maggioranza.
Allora, mi sembra utile soffermarsi su due aspetti.
Innanzitutto, sembrerebbe dalle parole della dirigente scolastica che l’insegnante possa disporre come vuole della “sua” aula. Spero che si tratti di un equivoco: l’aula in cui opera l’insegnante non appartiene a costei, ma alla comunità, perché è un luogo di servizio pubblico. Quindi, delle due l’una: o l’insegnante ha conquistato manu militari l’aula e ne fa illegalmente cosa propria, oppure la dirigente – come tale custode del bene e dell’interesse pubblico – si è espressa male.
Secondo punto: è acclarato che la “maggioranza” dei cittadini italiani ama, o quanto meno tollera, il crocefisso cristiano. Nella filosofia politica moderna (ad esempio in Montesquieu) il rispetto della volontà della maggioranza è visto come prerequisito della democrazia: contrariamente al volere di pochi, infatti, il rispetto della volontà dei più permette a una società di realizzare obiettivi democraticamente condivisi.
Per volontà della maggioranza, ad esempio, oggi i simboli e le manifestazioni del nazifascismo sono fuorilegge. Nell’ottica marxista, tuttavia, si sospetta che a volte la volontà della maggioranza possa essere oppressiva nei confronti degli innovatori, dei portatori di cambiamento: personaggi di grande spessore intellettuale come J. Habermas hanno sottolineato il rischio che anche una società democratica possa essere oppressiva se non rispetta i diritti e non tiene conto delle esigenze/proposte della minoranza.
La domanda da porsi allora è la seguente: il crocefisso è segno di una maggioranza oppressiva nei confronti di una minoranza? Le risposte sono le seguenti: da un punto di vista intellettuale e morale, poiché è icona di un messaggio di pace, amore e speranza, non può essere oppressivo (forse lo era qualche secolo fa, quando in suo nome si facevano la guerre, ma il tempo è galantuomo…).
Dal punto di vista della ricerca scientifica (sui cui risultati non sono ammesse obiezioni se non metodologiche), si è scoperto che non solo il crocefisso non è oppressivo per le altre minoranze religiose, ma è anche oggetto di particolare attenzione e rispetto da coloro che professano un’altra religione senza integralismi di sorta, presepe natalizio compreso.
Resta il fatto che taluni laicisti (non laici, che in quanto tali non tollererebbero certi estremismi e ideologismi) sembrano intenzionati a considerare il crocefisso esposto in pubblico una terribile minaccia per la coscienza, sia per la propria che per tutte le altre minoranze religiose.
Anche con qualche terribile caduta di stile, tipo l’intervento di tale “maestrav”, che mettendo sullo stesso piano il crocefisso, la stella di David, la mezzaluna e una stecca di aglio ha mostrato di quale pasta sia la propria tolleranza religiosa ed etnoculturale.
Non sarà, allora, che proprio costoro sono quelli che più di altri soffrono di pregiudizi sociali, che mentre predicano il diritto all’inclusione di fatto praticano l’intolleranza e l’esclusione? Non sarà che, mascherandola da battaglia di civiltà, danno semplicemente sfogo a qualche personale idiosincrasia?
Francesco Mattioli
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