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Villa San Giovanni in Tuscia - La maestra si difende e chiarisce la sua posizione dopo la questione sollevata dal parroco don Giovanni Berni

“Non mi sono mai opposta al crocifisso in classe”

di Paola Pierdomenico
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Un crocifisso in classe

Un crocifisso in classe 

Villa San Giovanni in Tuscia – “Mai espresso opposizione al crocifisso in classe. Don Giovanni non mi ha ascoltata sull’argomento e mai mi ha chiesto di mettere il crocifisso in aula quando è venuto in visita”.

La maestra della materna di Villa San Giovanni in Tuscia si difende. Tirata in ballo da una lettera del parroco del paese, don Giovanni Berni, in cui si dice che avrebbe respinto la richiesta di mettere il crocifisso in aula perché la scuola è laica, l’insegnante dà la sua versione, parlando di una “polemica nata su una cosa inesistente”.

Contro di lei si è schierato anche il sindaco Mario Giulianelli, dicendo che la maestra avrebbe anche potuto cambiare sede. L’insegnante non ci sta e ora mette i puntini sulle “i”.

Cosa ne pensa di questa polemica?
“La polemica è nata su una cosa inesistente – dice la maestra -. Non è assolutamente vero che ho detto di non volere il crocifisso perché la scuola è laica”.

Allora come sono andate le cose?
“Il crocifisso era stato tolto nel 2009 per alcuni interventi di ristrutturazione dell’edificio finiti nel gennaio 2010. Prima c’è sempre stato. Dopo i lavori, è stato appoggiato provvisoriamente nel corridoio perché l’aula era stata modificata e dovevamo decidere come arredarla. La posizione attuale ci sembrava accogliente nei confronti di tutti coloro che entravano in aula”.

Ovvero?
“Il crocifisso sta a un paio di metri dalla porta di ingresso dell’aula, in corrispondenza del tavolo dei bidelli in cui ci sono i registri e il telefono”.

E’ comunque fuori dall’aula?
“E’ esterno e al centro del corridoio. E’ rimasto lì dal 2010 e non c’è stata nessuna richiesta di spostarlo. A un certo punto, il comune si è attivato per procurare i crocifissi su richiesta del parroco che aveva visitato la scuola in occasione di una lezione di solidarietà svolta da alcuni missionari. E’ entrato in classe pur non avendone l’autorizzazione che era stata concessa solo ai volontari. Don Giovanni Berni li ha comunque accompagnati”.

A quando risale la lezione?
“Marzo o aprile. Nel corso della lezione il prete non ha detto nulla, ma appena uscito, si è recato in comune e nell’occasione, la consigliera Francesca Fabbri si è impegnata a fornire i crocifissi. A noi, però, non sono mai arrivati e, fino a poco tempo fa, nemmeno alle elementari. Verificherò ora se qualcosa è cambiato. Siamo in attesa del crocifisso da parte del comune, che peraltro mi attacca”, aggiunge.

Da quanti anni insegna alla materna?
“Sono 33 anni che insegno alla scuola Fratel Claudio di Gregorio, un’intitolazione fatta a un religioso e proposta proprio da me con l’ok dei colleghi, del dirigente scolastico e del comune”.

Che rapporto ha con la religione?
“Sono credente”.

Per lei quindi non ci sono problemi ad avere il crocifisso in aula?
“Non ci sono mai stati. Anzi, negli anni precedenti c’è sempre stato”.

Come mai allora si è scatenata questa polemica?
“Non lo so”.

E perché la vicenda è venuta fuori solo adesso?
“E’ stata montata ad arte, approfittando anche di una mia assenza di due settimane per gravi motivi di famiglia”.

Montata da chi?
“Non lo so. Certamente non da me”.

Perché, quindi, avrebbero dovuto prenderla di mira?
“Come faccio a dirlo. Posso anche avere un’idea, ma se non riesco a dimostrarla non la dico. E’ un attacco fortemente pretestuoso, perché ciò che viene scritto nell’articolo del parroco Berni, anche sulle iniziative didattiche, è assolutamente inesatto. Posso dimostrare coi testi, il senso delle attività svolte e il fatto che nelle recite non è mai stato parlato solo di Babbo Natale o aspetti non religiosi. E’ evidente che, il prete nell’assistere alle rappresentazioni, con la testa, forse, era altrove. Così come è sbagliata la spiegazione sull’origine dell’espressione “Mamma li Turchi…!”. Anche in questo caso si dimostra la non conoscenza storica dei fatti e dei detti popolari”.

Si spieghi.
“Mamma li Turchi! non nacque in occasione della battaglia navale di Lepanto del 1571, bensì in quella di Palermo del 1799, quando i Turchi arrivarono in Sicilia ospiti del marchese Micciché. In casa, un loro servo violentò una serva del marchese. Ne è nata una scaramuccia per le strade della città per cui i bambini, vedendo arrivare i Turchi, iniziarono a usare questa espressione”.

Cosa vuole sostenere con ciò?
“Che prima di scrivere, bisognerebbe informarsi”.

Il regolamento della scuola prevede il crocifisso all’interno dell’aula?
“Nel regolamento di istituto non viene specificato e non c’è nessuna legge che obbliga a metterlo, non solo nelle aule, ma addirittura nelle scuole. Ci sono regi decreti del ’24 e del ’28 che prevedono il crocifisso alle scuole elementari e medie. La questione, invece, resta indefinita per la materna, le scuole superiori e l’università. Non ho mai espresso opposizione al crocifisso in classe, né mai don Giovanni mi ha ascoltata sull’argomento o mi ha mai chiesto di mettere il crocifisso in aula quando è venuto in visita”.

Preferiva, dunque, essere interpellata?
“Se mi avesse interpellato, avrei subito spiegato cosa era successo. E’ il comune che deve fornire gli arredi scolastici e anche il crocifisso è considerato un arredo, purtroppo”.

La mancanza del crocifisso dipende dai tempi di attesa per il rifornimento da parte del comune?
Sì, non c’è nessun’altra cosa”.

Dopo la lettera di don Berni, anche il sindaco Mario Giulianelli, si è schierato contro di lei. Cosa ne pensa di questa presa di posizione?
“Che si sono schierati sul nulla”.

Il sindaco ha anche detto che “se non si trova a suo agio in una classe della nostra scuola con il crocefisso, potrebbe anche cambiare sede”.
“Non mi meraviglia che ce l’abbia con me, perché a livello personale, tra noi, non c’è grande empatia”.

E’ la prima volta che le capita un fatto del genere?
“Sì, perché ho sempre avuto attestati di stima, rispetto e profonda condivisione”.

Che rapporto ha con i suoi alunni?
“Ottimo”.

Qual è stata la reazione dei genitori dopo questo episodio. L’hanno contattata?
“Ho sempre cercato di separare il lavoro dalla vita privata. Questo, spesso, mi è costato, perché non è facile dividere i due aspetti lavorando e vivendo nello stesso posto. Non ho grandissime amicizie, proprio per evitare contaminazioni”.

Qual è, per lei, il ruolo di un insegnante nel percorso formativo di un bambino?
“Quello di considerare che quando nasce, non ha nessun’appartenenza se non quella famigliare. Non ha una lingua, non ha una religione o un pensiero strutturato, perché deve crescere. L’insegnante deve capire la personalità del piccolo e gli apprendimenti pregressi. Non bisogna omologare, creando dirigenti da dieci, ma aumentare il potenziale di ciascuno perché faccia bene quello che può fare. Bisogna mettere il bambino in grado di affrontare la vita, con gli strumenti a disposizione, per difendersi e far valere le proprie ragioni. Tempo fa, il dirigente scolastico ha affermato che nessuna scuola è propedeutica all’altra e ogni grado deve portare avanti le diverse finalità. Non è compito nostro insegnare a leggere o scrivere, perché noi dobbiamo portare i bambini ad attivare le loro capacità per raggiungere un apprendimento sereno, facile e a volte anche precoce”.

Cosa ha comportato nella sua vita questa vicenda?
“Ho scritto una lettera di cui voglio leggere una frase che può spiegare come vivo questa situazione: “Fermo restando che la sottoscritta non ha violato alcuna legge, sono profondamente rattristata nel constatare come spesso le reazioni siano frutto di cattiva informazione e di non limpide intenzioni””.

Qual è quindi il suo messaggio?
“Prima di parlare e mettere in campo i mezzi a disposizione per far valere le proprie ragioni, bisognerebbe ascoltare tutte le voci, evitando di attaccare strumentalmente le persone. E’ necessario osservare le cose sotto ogni aspetto. In questa situazione, se ci fosse stata un insegnante a non volere il crocifisso, le altre tre sarebbero state d’accordo o comunque conniventi e così avrebbero rinunciato ad attuare il loro metodo di insegnamento, garantito dall’articolo 33 della costituzione. Farò di tutto perché la chiarezza emerga nei confronti di tutti quelli che sono stati chiamati in causa – conclude la maestra -. A partire da me, che sono l’accusata, per arrivare agli untori”.

Paola Pierdomenico 


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19 novembre, 2013

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