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Arancia meccanica in villa - Parte il processo d'appello - Omicidio Zappa, difese all'attacco

“Saracil aiutò Zappa a pulirsi dal sangue”

di Stefania Moretti
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Ausonio Zappa

Ausonio Zappa

Adrian Nicusor Saracil

Adrian Nicusor Saracil

Cosmin Petrut Oprea

Cosmin Petrut Oprea

Alexandru Petrica Trifan

Alexandru Petrica Trifan

Daniel Ionel Oprea

Daniel Ionel Oprea

L'avvocato Massimo Rao Camemi

L’avvocato Massimo Rao Camemi per Saracil

Roberto Fava

L’avvocato Roberto Fava per Cosmin Oprea

L'avvocato Marco Russo

L’avvocato Marco Russo per Trifan

L'avvocato Roberto Delfino

L’avvocato Roberto Delfino per Daniel Oprea

Roma – Ucciso a pugni dai ladri che gli erano piombati in casa. Moriva così Ausonio Zappa, 82 anni, fondatore dell’Accademia di Belle arti di Milano e Viterbo. Un omicidio a scopo di rapina in una notte da dimenticare, ma in città tutti la ricordano: il 28 marzo 2012, il corpo del professore viene trovato in un lago di sangue nella sua villetta a Bagnaia, in strada Romana 12A.

Per quell’arancia meccanica, inizia oggi il processo d’appello davanti alla Corte d’assise di Roma. Secondo atto di una tragedia culminata nella condanna in primo grado dei rapinatori: ergastolo a Cosmin Petrut Oprea e Adrian Nicusor Saracil, gli unici entrati in casa; venti e diciott’anni ai pali Alexandru Petrica Trifan e Daniel Ionel Oprea. Tutti romeni e giovanissimi, dai 19 ai 25 anni all’epoca dei fatti. 

Fine pena mai nonostante il rito abbreviato. Ma il pm Paola Conti ha chiesto e ottenuto il massimo dal primo giudice. E ora spetterà ai difensori cercare di alleggerire il carico sui loro assistiti ventenni. Carico che gli avvocati hanno giudicato “eccessivo” dal primo momento.


 L’avvocato di Saracil: “Ergastolo eccessivo”

“A vent’anni, in abbreviato e per un omicidio come questo l’ergastolo è oltre misura – afferma l’avvocato di Saracil, Massimo Rao Camemi -. Non neghiamo di essere entrati in casa, ma manca una ricostruzione precisa dei fatti”. Gli esecutori materiali del delitto si incolpano a vicenda. Cosmin accusa Saracil di aver dato a Zappa una martellata alla schiena, mentre Saracil scarica la furia omicida su Cosmin: “Dice di averlo sgridato, mentre l’amico prendeva a schiaffi il professore – continua l’avvocato Rao Camemi -. Saracil ha preso un asciugamano per aiutarlo a pulirsi dal sangue, per poi essere cacciato dallo stesso Oprea, che gli ha intimato di andarsene fuori“. Argomenti che non hanno avuto successo in primo grado. Ma gli avvocati vedono buoni margini di riforma della sentenza.


 La difesa di Cosmin: “Omicidio preterintenzionale”

“E’ stato omicidio preterintenzionale e non volontario – afferma Roberto Fava per Cosmin Oprea -. Se avessero voluto, lo avrebbero ucciso subito. Quando se ne sono andati, invece, Zappa era vivo”. Un filo sottile tiene l’82enne attaccato alla vita: il professore muore dopo dieci giorni di coma.


Il legale di Trifan: “Era certo che in casa non ci fosse nessuno”

Di omicidio volontario rispondono anche i due pali, nonostante se non ci sia traccia di una loro partecipazione materiale al delitto.

La norma si chiama concorso anomalo. E l’avvocato di Trifan, Marco Russo, è pronto a contestarla. “Ripeterò l’eccezione di incostituzionalità anche in appello – spiega il legale -. Il mio assistito era in macchina. Non è giusto che paghi per un omicidio volontario che non ha commesso”. Il gup all’epoca aveva ritenuto infondata la pretesa di adire la Corte costituzionale. Ma per l’avvocato Russo c’è dell’altro. 

Trifan era considerato la mente del piano: con la madre, badante della suocera di Zappa, aveva vissuto nella casa a Bagnaia. La villa al castagneto, come la chiamavano il professore e i familiari. Conoscendo il posto, sapeva come muoversi. Ma per Russo, Trifan era a conoscenza anche di un dettaglio fondamentale: “Sapeva che la casa, d’inverno, era disabitata. Oltre che come badante, la madre lavorò come custode della villa nell’estate 2004. Glielo aveva chiesto Zappa, che per tutto l’inverno sarebbe stato a Milano, dove viveva e lavorava per parecchi mesi all’anno. Questo indica che Trifan pensava di andare a colpo sicuro: era certo che non ci fosse nessuno in casa”. Invece i suoi complici hanno trovato il professore.


Il difensore di Oprea: “Inutilizzabile parte delle indagini”

Per l’avvocato di Daniel Oprea, Roberto Delfino, “non è stato un omicidio efferato. In tal caso avrebbero usato altri metodi. Il professore è stato preso a pugni. Grave. Gravissimo. Ma non da ergastolo, con rito abbreviato. I due pali, poi, secondo l’accusa, dovevano ipotizzare che in casa c’era qualcuno e che i loro amici avrebbero potuto commettere questa drammatica leggerezza. Assurdo”. Per Delfino una parte del lavoro degli inquirenti era inutilizzabile: “Il pm ha fatto indagini ulteriori fuori tempo massimo. Riguardavano la prevedibilità di trovare qualcuno in casa: i carabinieri hanno fatto un sopralluogo per verificare l’altezza del muro di cinta della villa e capire se in macchina, da fuori, si potevano vedere luci accese o l’auto dei proprietari. Indagini comunque tardive, visto che l’abbreviato era già stato accordato”.

Imprevedibile l’andamento della giornata. La Corte d’assise d’appello potrebbe spezzare l’udienza e fissare un’altra data. Oppure completare la discussione ed emettere la sentenza.

Nell’ordine, parleranno il giudice relatore, il procuratore generale, le parti civili e i difensori. La corte è presieduta da Mario Lucio D’Andria. A latere il magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo.

Stefania Moretti


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14 febbraio, 2014

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