Graffignano – (s.m.) – All’ultima udienza il colpo di scena. L’intero processo ricomincerà da capo.
E’ un problema di composizione della terna dei giudici a far franare la vicenda giudiziaria dei due presunti appalti truccati a Graffignano. Sono gli anni 2007-2009. Nel mirino della forestale finiscono le gare per i lavori alla scuola elementare Lo Gatto e per comprare due pick-up della nettezza urbana. Intercettazioni, indagini e giudizio immediato. Che, alla fine, poi così immediato non è.
A tre anni dall’arresto dell’ex sindaco di Graffignano Fabrizio Marchini – l’unico già condannato a un anno e nove mesi – gli altri tre imputati sono ancora alla sbarra. Uno è l’imprenditore Domenico Chiavarino, a processo per una presunta tangente da 5mila euro a Marchini in cambio dell’appalto della scuola. Poi ci sono Ilvio Boccio e Federico Mecali, carrozziere e titolare di una rivendita di moto, coinvolti nell’appalto dei pick-up.
Oggi si doveva concludere con requisitoria, arringhe e sentenza, ma la difesa Chiavarino ha ricusato il giudice Filippo Nisi, imponendo lo stop al processo. Già alla scorsa udienza l’avvocato Franco Moretti, per l’imprenditore di Celleno, aveva chiesto l’astensione del giudice, per gli stessi motivi che ne avevano causato l’estromissione dalla vicenda appaltopoli.
Il giudice Nisi è creditore del comune di Graffignano. Già nel 2009 l’ente fu condannato a liquidargli 30mila euro. Un’altra causa civile è ancora in corso. Ma in caso di condanna dell’imprenditore, il comune potrebbe essere legittimato a chiedere un risarcimento. Da qui, l’inopportunità, per la difesa Chiavarino, che il giudice Nisi decida sul processo. Considerando anche la sua parentela con un indagato dello stesso fascicolo.
La corte d’appello ha detto sì alla ricusazione. E al posto di Nisi, stamattina, è arrivato il giudice Silvia Bartollini.
Doveva essere l’ultima udienza. E’ diventata la prima.
Nuovo collegio, nuovo processo, vecchie questioni: la difesa Chiavarino ha provato di nuovo a insistere sulla nullità delle intercettazioni, ma niente da fare. Le centinaia di conversazioni telefoniche registrate dagli investigatori restano al processo, rinviato a maggio per ricominciare dall’ascolto dei testimoni.
A monte anche il processo “Miniera d’oro”, sempre a Chiavarino e al sindaco di Civitella d’Agliano Roberto Mancini.
In questo caso, si parla di presunte cave abusive fatte passare per bonifiche agrarie a Civitella d’Agliano, in località Ontaneto. Con annessa tangente che, secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe versato all’ex sindaco per la collaborazione, mentre la difesa la ritiene una semplice prestazione lavorativa, pagata da Chiavarino a Mancini.
L’ultima udienza è saltata contro ogni previsione. La difesa di Mancini si è presentata con una richiesta di rinvio per non aver depositato una memoria in tempo per la discussione. Peccato che il processo si dovesse discutere già il 17 dicembre e anche in quel caso, per problemi di salute del sindaco, l’udienza slittò.
Una richiesta di rinvio “anomala”, “inusuale”, “irrituale” per i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, disposti anche a un’udienza straordinaria in settimana per chiudere un processo che si trascina da quattro anni, nonostante la formula rapida del giudizio immediato. Ma il processo non s’aveva da fare. Prescrizione sospesa e rinvio a maggio per la sentenza; così ha deciso il presidente Maurizio Pacioni.
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