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Viterbo – “Hanno chiesto scusa ai familiari della vittima, esprimendo il proprio pentimento”.
Ha pesato anche questo sulla riforma della sentenza dell’omicidio Zappa. E’ scritto nelle trenta pagine di motivazione, depositate dalla Corte d’Assise d’appello di Roma.
I motivi della decisione arrivano un mese dopo il verdetto dei giudici di secondo grado sull’arancia meccanica in cui fu ucciso Ausonio Zappa, 82 anni, professore in pensione. Gli esecutori materiali del delitto Adrian Nicusor Saracil e Cosmin Petrut Oprea si sono visti accorciare la pena dall’ergastolo a vent’anni. Sconti anche per i due “pali” Daniel Ionel Oprea e Alexandru Petrica Trifan, passati rispettivamente da dodici e sedici anni a otto e dieci anni.
Una riforma totale della sentenza del gup del tribunale di Viterbo, basata sul riconoscimento delle attenuanti generiche, negate in primo grado. Giovanissima età, incensuratezza per Saracil e Daniel e resipiscenza, ovvero il pentimento del “quartetto di malviventi” hanno spinto i giudici verso un alleggerimento globale delle condanne.
Il fatto resta gravissimo. La notte del 28 marzo 2012, Zappa viene svegliato di soprassalto dall’incursione dei suoi rapinatori Saracil e Cosmin. “Due giovani robusti e fisicamente ben attrezzati che esercitarono una notevole violenza contro un ultraottuagenario inerme, determinando una condizione di evidente sproporzione”. I due ragazzi hanno un tubo, due coltelli, un martello e un cacciavite. Il colpo mortale alla testa, come scrive il medico legale Mario Gabrielli, è inferto con un oggetto contundente. Ma determinanti sono anche le lesioni alla mandibola, fratturata a calci e pugni. Dai carabinieri, Zappa viene trovato “a terra, tumefatto e rantolante”. Muore dopo dieci giorni di agonia.
Nonostante i rimpalli di accuse tra Saracil e Cosmin e i tentativi delle difese di salvare gli altri due, accusati di un delitto che, materialmente, non hanno commesso, per i giudici l’omicidio Zappa è corale. Il presidente della corte Mario Lucio D’Andria e il giudice a latere Giancarlo De Cataldo, autore di “Romanzo criminale”, descrivono un’aggressione che è “opera comune”. Soprattutto di Saracil e Cosmin. Ma anche di Trifan e Daniel, che non hanno saputo prevederla e impedirla. “Tutto sembra indicarlo, a partire dal numero dei colpi inferti e tenuto conto dell’azione di reciproco sostegno che la presenza dell’uno assicurava all’altro e viceversa”.
Saracil e Cosmin sono “costantemente insieme dall’inizio alla fine della sequenza omicida”. Per la Corte conta questo. Come contano le parole di Saracil al processo d’appello. Dichiarazioni spontanee che per i giudici sono “una vera e propria confessione”: “l’imputato ha costantemente usato il ‘noi’ plurale, accomunandosi a Cosmin nel tentativo di spiegare con la paura la violenza estrema da entrambi perpetrata”.
Le difese obiettano che, se avessero voluto ucciderlo, non lo avrebbero lasciato a terra ancora vivo. Ma l’importante era rendersi irriconoscibili: con quel pestaggio “il professor Zappa era stato neutralizzato. Non si sarebbe potuto riprendere. La via di fuga era assicurata”.
Quanto a Trifan “giocò d’azzardo” nel proporre la villetta di strada Romana 12 A come giusta meta per un furto, “convincendo gli altri a seguirlo su questa strada tanto pericolosa quanto senza ritorno”. Anni prima, sua madre aveva lavorato in casa Zappa. “Trifan non entra nella villetta e non entra perché è l’unico che potrebbe essere riconosciuto dal professore, avendolo frequentato in precedenza. Il che significa che l’imputato era perfettamente consapevole dei rischi dell’azione”. Stessa consapevolezza si ravvisa anche in Daniel, “sempre in compagnia di Trifan nel ruolo di complice esterno, pronto a riprendere gli altri compagni al termine del colpo”.
Accolta la richiesta delle difese di rendere inutilizzabili le investigazioni ulteriori dell’accusa, volte a dimostrare che, da fuori, era visibile sia la luce sulla veranda che la macchina del professore. I difensori hanno contestato la “sentenza esemplare”, volta a punire i ragazzi per un episodio che aveva sconvolto la città: “Gli imputati non devono andare esenti da sanzione – conclude la Corte – ma deve essere comminata loro la ‘giusta’ sanzione”.
Per gli eventuali ricorsi in Cassazione ci sono due mesi di tempo.
Stefania Moretti
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