Bolsena – “Mio fratello faceva il falegname. Dava una mano all’impresa di pompe funebri di famiglia, ogni tanto, ma non è che ci lavorasse. La titolare sono io “.
Sul banco dei testimoni la sorella di Spartaco Pasquini, imputato per minacce al processo Lions. Fu chiamata così l’operazione dei carabinieri, scattata a Bolsena nel 2010, dai leoni di pietra ritrovati, nell’ambito di una sistematica ricettazione di opere d’arte. Undici arresti, ma al processo, dopo archiviazioni e patteggiamenti, sono arrivati in quattro. Uno è Pasquini, difeso dall’avvocato Vincenzo Dionisi, che risponde delle lettere anonime, minatorie e con bossoli a un consigliere comunale e a un carabiniere.
Per l’accusa, il consigliere comunale sarebbe finito ‘nel mirino di Pasquini’ perché, invece dell’affidamento diretto dei servizi cimiteriali, proponeva la gara d’appalto. Ma per la titolare dell’impresa di pompe funebri di Bolsena, il fratello era lontano dagli affari di famiglia. Quasi sottintendendo che non potesse arrivare addirittura a mandare una lettera minatoria, per una questione che, in fondo, non lo riguardava.
Ascoltati anche la madre di Pasquini e l’ex sindaco di Bolsena Paolo Dottarelli, che ha confermato che il consigliere Puri faceva parte nello stesso periodo in cui fu recapitata la lettera – aprile 2010 – di una commissione d’inchiesta su opere pubbliche e urbanistica.
Il tribunale ha affidato l’incarico per trascrivere le intercettazioni. Prossima udienza a ottobre.
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