Viterbo – Matteo Leporatti non è più ai domiciliari.
Obbligo di firma per l’imprenditore viterbese, arrestato nell’operazione Sbiff dei carabinieri (fotocronaca – slide – video).
Il tribunale del Riesame ha ridimensionato la posizione di Leporatti, molto conosciuto a Viterbo, insieme al fratello Leonardo, nel settore della compravendita di auto.
Di lui, nella sua ordinanza, il gip Francesco Rigato scriveva additandolo come fornitore di cocaina di alcuni degli arrestati. Con una vecchia condanna a un anno e mezzo patteggiata proprio per droga.
Ma il tribunale del Riesame, evidentemente, non ha condiviso la scelta di mandare Leporatti ai domiciliari. Una decisione che arriva a diversi giorni di distanza dall’udienza fissata al 30 luglio per discutere il ricorso al Riesame.
“Siamo cautamente soddisfatti – afferma l’avvocato Cesare Gai, difensore di Leporatti insieme al collega Maurizio Fiorani -. Ci hanno dato parzialmente ragione e, in qualche modo, è stata restituita la libertà al nostro assistito che, insieme alla famiglia, ha molto sofferto di questo periodo di detenzione. Andiamo avanti certi di dimostrare l’insussistenza delle accuse in giudizio. Di fatto, Leporatti torna libero, seppure sottoposto a una lieve misura cautelare”.
Il blitz dei carabinieri era scattato all’alba del 20 luglio. Operazione “Sbiff”, dal termine utilizzato nel gergo degli indagati per intendere “sniffata”.
Per quasi tutti l’accusa è spaccio di cocaina per aver venduto ‘neve’ fuori da locali, discoteche e night club. Acquisti rapidi: microdosi di stupefacenti al seguito e droga consumata in macchina, per non dare nell’occhio. Solo in un caso i carabinieri si accorgono che gli indagati hanno comprato un quantitativo di cocaina ingente a 2500 euro, per rifornire i clienti di un intero locale.
Bilancio: sei persone ai domiciliari e dieci in carcere, tra cui anche un medico di origini romane che esercita a Terni, Massimiliano Palmerini.
Caduta al riesame anche l’accusa di estorsione su due arrestati di nazionalità albanese. I giudici romani, dopo il ricorso del loro avvocato Franco Taurchini, hanno sostituito il carcere con i domiciliari.
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