Montefiascone – E’ un testimone della pubblica accusa. Per la procura di Viterbo è uno dei tanti imprenditori stritolati nella morsa dell’usura di un bancario e dei suoi tre presunti complici. Ma in tribunale nega tutto: “Non ho mai pagato interessi su questi prestiti”.
Davanti al collegio dei giudici, seduto al banco dei testimoni, il titolare di un mobilificio di Montefiascone. Alla sbarra, invece, ci sono Angelo Valleriani, ex funzionario della filiale banca di Roma di Viterbo, e altre tre persone: Vincenzo Falcone, Amanzio Bellacanzone e Gianpaolo Bannetta. Per i magistrati di via Falcone e Borsellino, hanno messo in piedi un giro di usura radicato a Viterbo e provincia.
“Ho conosciuto Valleriani – spiega l’imprenditore di Montefiascone – per una collaborazione lavorativa, che è poi sfociata in un’amicizia e in una serie di reciproci favori economici. In realtà, li ha fatti più lui a me che io a lui. Il mio mobilificio, infatti, non andava bene, era economicamente debole; a differenza dell’attività della moglie. Così quando avevo imminenti scadenze ma ero a corto i soldi, chiedevo a Valleriani un prestito. Ma l’ho sempre restituito.
E’ capitato – continua il testimone – che a volte gli ho tornato qualcosa in meno di quello che mi aveva dato, ma quella cifra la aggiungevo al prestito successivo. Non ho mai pagato interessi. Da me Valleriani non ha mai preteso nulla. A volte è successo di avergli dato qualcosa in più, ma perché aggiungevo il prezzo di alcuni materiali comprati alla moglie e non ancora pagati”.
Ma per il pubblico ministero Fabrizio Tucci, in precedenza l’imprenditore avrebbe dichiarato l’esatto contrario: “Sui prestiti Valleriani ha sempre preteso il 10%”. “E’ sbagliato – risponde il testimone -. E’ impossibile che abbia detto quelle cose, perché da me Valleriani non ha mai preteso nulla”.
L’indagine sul bancario e i suoi presunti complici risale al 2007. Il processo è del 2013, cinque anni dopo l’arresto di Valleriani. Le manette scattano nell’estate del 2008: è l’operazione Due ruote. I carabinieri di Montefiascone individuano il bancario come principale punto di riferimento di un gruppo di strozzini della zona.
A far partire l’inchiesta, la denuncia del titolare di una rivendita di moto. L’imprenditore racconta agli inquirenti di com’è incappato nella rete degli usurai. Aveva bisogno di soldi, era in grosse difficoltà. Valleriani & Co. gli procurano la cifra che gli serve. Lì per lì, l’imprenditore riprende fiato. Ma ben presto si ritrova sull’orlo del fallimento. Gli interessi sono altissimi: 8% su scala mensile, 350-400% su base annua, come accertato dalla consulenza fatta eseguire dalla procura. Somme esorbitanti, impossibili da restituire.
Gli investigatori pedinano, intercettano, sequestrano documenti, fino a ricostruire l’intero assetto del gruppo. I conti da cui prelevare denaro per i prestiti usurai sarebbero intestati a Vincenzo Falcone. Gli addetti al riciclaggio degli “assegni sporchi”, con cui le vittime saldavano il conto, si identificherebbero, invece, in Amanzio Bellacanzone e Gianpaolo Bannetta. Tutti e tre imputati per usura aggravata insieme a Valleriani.
Altri soggetti ancora si occupavano di pressioni e minacce. Una “macchina da soldi” ben oliata, per gli inquirenti. In grado di muoversi con destrezza grazie alla qualifica di Valleriani, che lavorava all’ufficio recupero crediti della banca. Un modo agevole per scovare correntisti in difficoltà. La preda più facile per un usuraio.
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