Tuscania – Omicidio di Ferragosto nelle campagne di Tuscania, caso ancora irrisolto dopo un anno. Sono passati oggi esattamente dodici mesi dal ritrovamento del corpo senza vita di Angelo Gianlorenzo, l’agricoltore di 83 anni rinvenuto cadavere dal figlio che era andato a cercarlo non vedendolo rientrare per pranzo.
Era il 14 agosto 2016 e per quel delitto a distanza di un anno non c’è un colpevole. Resta iscritto nel registro degli indagati un unico indiziato, il cognato 75enne della vittima, Aldo Sassara, con cui l’agricoltore era in causa da tempo per questioni di proprietà.
Nessun altro collegamento tra la morte di Gianlorenzo e il presunto omicida sarebbe emerso nel corso delle indagini, nessuna traccia dagli accertamenti del Ris dei carabinieri sul 75enne, suoi suoi indumenti, sul motorino, gli attrezzi agricoli e nel suo casolare.
Convocato tre volte dagli inquirenti per essere interrogato, l’ultima il 18 luglio, l’uomo, difeso dagli avvocati Danilo Scalabrelli e Marco Valerio Mazzatosta, si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere. E lo scorso 28 luglio sono stati dissequestrati anche casolare, attrezzi agricoli e motorino dell’indagato.
Sassara, dal canto suo, tramite i suoi legali, si è sempre proclamato innocente. E in paese tutti si sono schierati dalla sua parte.
L’unica certezza, dopo un anno, è che Gianlorenzo è morto di morte violenta, è stato barbaramente ucciso, assassinato, durante la mattinata della vigilia di ferragosto. Per il resto, l’omicidio avvenuto in una zona isolata di campagna, in località Castellaccio, resta avvolto nel mistero.
L’arma del delitto non è mai stata né ritrovata, né individuata. Il colpo mortale potrebbe essere stato sferrato con un grosso sasso, o comunque un “grosso oggetto contundente”, secondo la perizia della dottoressa Maria Rosaria Aromatario, il medico legale della Sapienza incaricato dalla procura di eseguire l’autopsia.
“E’ da ritenere – scrive il medico legale – che si sia trattato di un unico mezzo di offesa utilizzato in rapida sequenza, quando la vittima era in movimento, in fase di caduta e mentre era a terra”.
Evidenti i segni di colluttazione: “Ci sono lesioni compatibili con l’uso di mezzi di offesa naturali quali mani e piedi e in parte con impatti nell’atterramento della vittima al suolo”. Sono particolari cruenti e crudi quelli che emergono dalla relazione appena depositata in procura. Che poco spazio lasciano alla fantasia.
Per la Aromatario, la vittima è morta di crepacuore dopo un pestaggio devastante. La morte sarebbe avvenuta tra le 9 e le 11. Ferite da corpo contundente alla testa. Il volto tumefatto. Segni sulle braccia, come se si fosse strenuamente difeso dal suo aggressore. Lo sterno letteralmente fracassato per la violenza dei colpi ricevuti.
Neanche una costola sana: “A livello di torace un importante complesso fratturativo della gabbia toracica con fratture plurifocali di tutte le coste bilaterali e simmetriche”.
“A livello cranico – si legge nella relazione – sono state rilevate multiple ferite lacerocontuse del cuoio capelluto, distribuite sulla superficie cranica, dalla regione frontotemporale, a quella parieto-occipitale”.
Nessuna lesione, invece, agli organi interni, nè emorragie. Causa del decesso, il creapacuore. “Verosimile – dice la Aromatario – che il decesso sia stato causato da un evento cardiovascolare acuto, nell’ambito di una patologia preesistente”. Di sicuro non si può escludere che “la dinamica aggressiva possa avere avuto un ruolo concausale nell’induzione e/o evoluzione della fisiopatologia della morte”.
“In particolare è plausibile che lo stato di alterazione psico-fisica (sforzo fisico violento, emozione intensa, in risposta all’aggressione subita possa avere avuto un ruolo di fattore stressogeno acuto sia pure col concorso di altri fattori”.
Spetta alla procura tirare le conclusioni.
Silvana Cortignani
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