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Tribunale - Dichiarazione d'interesse del Mibac e divieto di esportazione per le 14 virtù profane affidate in custodia al comune

Spunta un doppio vincolo per gli affreschi di palazzo Spreca

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Le virtù di Palazzo Spreca

Le virtù di Palazzo Spreca

Le virtù di Palazzo Spreca

Le virtù di Palazzo Spreca

Le virtù di Palazzo Spreca

Le virtù di Palazzo Spreca

 

Il procuratore capo Paolo Auriemma

Il procuratore capo Paolo Auriemma

 

L'arrivo al museo degli affreschi Palazzo Spreca

L’arrivo al museo degli affreschi Palazzo Spreca

Viterbo – Colpo di scena al processo, sottoposti a doppio vincolo i 14 affreschi delle virtù profane di Palazzo Spreca. Affreschi affidati in custodia al Comune di Viterbo e attualmente conservati presso il museo civico di piazza Crispi.

Il primo vincolo deriva dalla “dichiarazione di interesse” espressa pochi giorni fa dal segretariato generale Mibac e annunciata ieri dal procuratore capo della repubblica Paolo Auriemma, che ne ha chiesto l’acquisizione, alla ripresa del processo  al proprietario dell’immobile Egidio Calistroni e all’antiquario spoletino Emo Antinori Petrini.

Una novità che ha già prodotto come immediato effetto un secondo vincolo. In attesa che il processo chiarisca le vicende relative al possesso e alla rimozione degli affreschi, è stato infatti revocato l’attestato di libera circolazione rilasciato singolarmente a ognuna delle 14 virtù dall’ufficio esportazione di Genova della sovrintendenza ai beni culturali. Revoca anch’essa finita nel fascicolo del giudice Giacomo Sutizi su richiesta dello stesso Auriemma, nelle vesti di pm. 

Si tratta di due passaggi fondamentali per la tutela degli affreschi di Palazzo Spreca, riconosciuti per caso nel 2012 da uno studioso mentre erano posti in vendita alla Biennale internazionale di antiquariato di palazzo Venezia a Roma e poi rocambolescamente recuperati dalla procura di Viterbo e restituiti alla custodia della città.

Beni vincolati dall’inizio del secolo scorso, anche se il Comune, a un certo punto, sembra averne perso la memoria. Risale agli anni Novanta la vendita a un privato dello storico palazzo di via Santa Maria Egiziaca. A pochi anni dopo il permesso a costruire rilasciato dal settore urbanistica, sul quale è stato chiamato a rendere conto in aula il dirigente Emilio Capoccioni. 

Al dirigente dell’urbanistica, Auriemma ha chiesto se avesse fatto accertamenti su eventuali vincoli derivanti dall’atto di cessione, datato 1911, di quel bene ex monastico dallo Stato al Comune. “Non era nostra competenza – ha insistito Capoccioni, incalzato dal procuratore – noi abbiamo solo verificato che la richiesta fosse conforme col piano regolatore generale e l’intestazione formale del bene al proprietario, sul cui atto di trasferimento non risultavano vincoli”. 

Il sospetto che gli affreschi fossero di dubbia provenienza è venuto alla funzionaria della sovrintendenza in servizio all’ufficio esportazioni di Genova cui sono stati chiesti gli attestati per la libera circolazione all’estero delle opere. Gli stessi appena revocati. “Per noi è stato subito un caso particolare, si vedeva che gli affreschi erano stati strappati – ha detto la qualificata testimone – per cui sentimmo le sovrintendenze di Umbria e Toscana per cercare di capirne la provenienza, allertando anche i carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico, ma non emerse niente di strano e non risultavano nella banca dati dei beni rubati”.

“Se avessimo avuto il minimo appiglio, avremmo dato il diniego all’esportazione e avviato l’iter ministeriale per il vincolo di interesse culturale”, ha concluso, spiegando come, di fronte alla burocrazia, gli stessi funzionari pubblici abbiano le mani legate, se i sospetti, come in questo caso, non sono confortati, da riscontri. “Noi come ufficio esportazione non avevamo possibilità di mettere vincoli, né di svolgere ulteriori indagini, col termine massimo perentorio di 40 giorni per prendere una decisione e il rischio di pagare in prima persona se avessimo danneggiato economicamente quello che a tutti gli effetti risultava essere il proprietario dei beni, ovvero l’antiquario spoletino Emo Antinori Petrini.

All’udienza del 7 dicembre parola all’ultimo teste della difesa, agli imputati e ai primi testimoni della difesa. 

Silvana Cortignani

 


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3 ottobre, 2017

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