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Omicidio Casasole - Per la procura il ventenne non è incapace di intendere e di volere - Se verrà accolta la richiesta dell'accusa, verrebbe condannato a 30 anni col rito abbreviato

Scaraventò donna giù da un burrone, chiesto il massimo della pena per Samuele Viale

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Samuele Viale

Samuele Viale

L'avvocato Francesco Massatani

L’avvocato Francesco Massatani

Cuneo – (sil.co.) – Scaraventò donna giù da un burrone, chiesto massimo della pena per Samuele Viale. Per il pubblico ministero il giovane, ristretto in una Rems per i suoi presunti problemi psichiatrici, non era incapace di intendere e di volere quando ha ucciso la sua vittima sotto l’effetto di stupefacenti. 

E’ l’operaio ventenne reo confesso del delitto commesso il 30 maggio 2017, quando ha scaraventato in fondo a un burrone, nel vallone di San Giovanni di Limone Piemonte, la 59enne viterbese Giuseppina Casasole, l’imprenditrice originaria di Bolsena la cui unica colpa è stata uscire a fare una passeggiata col suo cane.

In Piemonte la donna si trovava per stare vicina alla figlia, una ragazza ancora minorenne che nella regione del settentrione stava frequentando un corso. E’ stata la stessa giovane, dopo avere atteso inutilmente il rientro a casa della madre, preoccupata per l’insolito ritardo e non riuscendo a raggiungerla telefonicamente, a far scattare l’allarme.

Ieri presso il tribunale di Cuneo, dopo una serie di perizie psichiatriche chieste dalla varie parti per stabilire se il ventenne sia o meno affetto da schizofrenia, si è celebrata la quinta udienza del processo col rito abbreviato di fronte al giudice udienze preliminari Cristiana Gaveglio. 

Il pubblico ministero Carla Longo ha chiesto il massimo della pena per il ventenne, difeso dall’avvocato Luca Ritzu del foro di Imperia, accusato di omicidio volontario con le aggravanti dei futili motivi e della minorata difesa. Pena che, in virtù dello sconto di un terzo previsto dal rito, diventerebbe una condanna a 30 anni. 

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sotto l’effetto di Lsd, il 30 maggio di due anni fa, Viale ha ucciso Giuseppina con un colpo violento alla nuca, probabilmente infertogli con un bastone o una pietra, per poi buttarla giù da un burrone nel vallone San Giovanni di Limone Piemonte. Secondo quanto testimoniato dallo stesso imputato, senza alcun motivo e senza l’intento di aggredirla.

Dallo stesso giorno, erano scattate le ricerche della vittima da parte dei carabinieri di Cuneo e Borgo San Dalmazzo a seguito dell’allarme lanciato dalla figlia, spaventata del fatto che la madre non era più reperibile e non era tornata a casa. Il giorno seguente, lui stesso aveva confessato il gesto ai carabinieri che lo avevano rintracciato nel reparto di psichiatria dell’ospedale. Viale era stato poi condotto al carcere delle Vallette a Torino.

Dopo la prima perizia psichiatrica, Samuele era stato giudicato incapace di intendere e di volere – di parere opposto l’avvocato di parte civile Francesco Massatani – cosa che gli aveva garantito la scarcerazione e il trasferimento provvisorio al Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) di Bra poiché ritenuto comunque soggetto socialmente pericoloso.

Nel mese di giugno 2018, il pm, non convinto della sua infermità mentale, aveva richiesto un nuovo incidente probatorio, consistente in nuove perizie psichiatriche, svolte tra l’agosto e ottobre scorso. Il pm e le parti civili ritengono che il ragazzo fosse capace di intendere e di volere durante l’omicidio, o almeno parzialmente, visto lo stato in cui versava. 


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30 marzo, 2019

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