– “Lei si prostituiva volontariamente?” “Mai”. “E che succedeva se provava a ribellarsi?” “Mi portavano in un bosco e mi ammazzavano”.
E’ a questo punto del racconto che la voce di A. si spezza. Lei, una bella ragazza mora di 24 anni, è venuta in tribunale a Viterbo per testimoniare il suo calvario. Venduta, comprata, violentata, minacciata di morte, fu portata in Italia nel 2005 con la promessa di un lavoro in pizzeria, per poi trovarsi a offrire sesso gratis a 16 anni.
Durò un mese. Da febbraio a marzo. Poi, la squadra mobile liberò lei e la sua amica 15enne L., avviata con A. al mercato del sesso.
Quello che guadagnavano, se lo spartivano i loro aguzzini, già condannati in primo grado. “Erano tanti soldi – dice A. in romeno, con l’interprete accanto a lei, che traduce – Io, però, non vedevo neanche un euro”. Il processo, iniziato ieri in Corte d’Assise a Viterbo, è per Damian Constantin Stelian e Costantin Sergiu Ilie, i due uomini che avrebbero venduto A. e L., a un albanese di nome Artur Sulejmani, condannato in primo grado a undici anni. Il prezzo sarebbe stato 2mila euro. Mille per ciascuna.
Ilie, tra l’altro, era il fidanzato di A., all’epoca.
“Mi dicevano che eravamo state comprate – spiega la ragazza, in lacrime -. Che dovevamo produrre perché qualcuno aveva pagato per noi. So che ci ha comprate Artur, ma non so chi ci ha vendute”. I ricordi di A. si appannano solo su quella crudele trattativa. Nel 2005, dopo il blitz della polizia, che le portò via dalle case dell’amore di San Pellegrino e via Cattaneo, la ragazza fece i nomi di Stelian e Ilie. Da loro sarebbe partita l’idea del viaggio in Italia. E sempre loro, per lo meno Stelian, avrebbero preso i loro passaporti e incassato parte dei proventi della prostituzione. La ragazza lo disse al pm Fabrizio Tucci nel 2005. Ma oggi non conferma.
Da otto mesi è tornata in Romania. La moglie di Stelian abita nella sua stessa via. All’accusa viene il dubbio che stia coprendo gli imputati. Che sia stata plagiata o ricattata. Che abbia parlato con quella donna del processo. Ma lei smentisce. “In Romania nessuno sa quello che mi è successo qui”. A nessuno, nel suo paese, ha parlato delle botte. Della violenza sessuale dopo la quale è rimasta incinta e ha abortito. E nemmeno di quella volta che provò a ribellarsi, ma “loro” la portarono in un bosco – sulla Cimina, ndr – per ammazzarla.
L’incubo finì dopo un mese. Un mese di appostamenti e intercettazioni, culminati nel blitz della mobile, e ripercorsi in aula dagli ispettori Procenesi e Fortunati, ascoltati prima della ragazza.
Il processo continua il 14 dicembre, per proseguire con le testimonianze.
Stefania Moretti
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