Viterbo – Segregata in casa. I soldi che incassava con la prostituzione li prendevano i suoi ‘custodi’.
A., 28 anni, ha raccontato di nuovo il suo calvario davanti ai giudici, stavolta quelli della Corte d’Assise d’appello di Roma.
L’hanno ascoltata ieri in rogatoria: lei parlava dalla Romania; in aula gli avvocati chiedevano, l’interprete traduceva e lei rispondeva. A monosillabi e con poca voglia di parlare.
Aveva 16 anni quando la squadra mobile di Viterbo la liberò dall’incubo della prostituzione imposta, nelle case dell’amore del centro storico di Viterbo o al ‘palazzaccio’ di via Cattaneo.
Dalla sua storia sono nati due processi.
Uno a chi l’avrebbe venduta insieme all’amica L., di un anno più piccola; processo finito, per ora, con una condanna a 12 anni in primo grado per tratta di esseri umani.
L’altro a chi le avrebbe comprate, violentate, trattate da schiave sfruttando i soldi che le ragazze guadagnavano dalla prostituzione. La Corte d’Assise di Viterbo condannò 8 imputati su 12; 7 hanno impugnato adesso si ritrovano in appello, imputati in un nuovo processo, quello in cui A. ha parlato ieri. L’accusa li ritiene tutti presunti organizzatori del giro di prostituzione, tra gli uomini che spartivano i guadagni e le donne che affittavano gli appartamenti e controllavano le ragazze.
Una testimonianza breve. Senza lacrime. Incolore. Diversa da quella che la ragazza rese a Viterbo quando fu rintracciata nel 2014, nove anni dopo il blitz della polizia che le restituì la libertà.
Non poté parlare al primo processo (quello a chi l’avrebbe comprata, gli attuali imputati in appello) perché di lei si erano perse le tracce. Testimoniò al secondo processo (quello a chi l’avrebbe venduta). Impugnando la prima sentenza, le difese avevano insistito tenacemente per sentire i fatti dalla sua viva voce: le condanne furono emesse in base alle dichiarazioni di A., riportate nei verbali della polizia che la ascoltò in questura subito dopo il blitz della liberazione.
A. ha confermato le accuse con poca energia. Rispondendo con la fretta di chi vuole lasciarsi tutto alle spalle: è passato tanto tempo e in Romania nessuno sa cosa le è successo in Italia dieci anni fa, dove era arrivata pensando di andare a lavorare in pizzeria. Invece trovò un inferno di violenze: non voleva prostituirsi. La costringevano minacciandola di morte.
A maggio, forse, la sentenza.
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