Viterbo – (sil.co.) – E’ stato condannato a sei anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia il 39enne nigeriano che, tra il 206 e il 2017, avrebbe fatto vivere un periodo d’inferno alla cugina.
La donna, che aveva accettato di ospitarlo nella propria abitazione tra Villa san Giovanni in Tuscia e Monterosi, una volta giunto in Italia per lavoro, sarebbe stata picchiata ripetutamente dal congiunto, che avrebbe praticato riti vudù per liberarle la casa dal maligno, arrivando a sgozzare delle galline di fronte alle figlie in tenera età, due bambine terrorizzate.
Il processo si è concluso lunedì davanti al giudice Elisabetta Massini che ha disposto anche un risarcimento da quantificare in sede civile alla vittima, che si è costituita parte civile assistita dall’avvocato Luigi Mancini.
Dopo essere stato ospitato in casa, l’uomo avrebbe convinto la donna che solo attraverso dei riti vudù avrebbe potuto scacciare le negatività dall’abitazione e in cambio avrebbe preteso del denaro necessario, a suo dire, per portare a termine i rituali. L’imputato inoltre avrebbe picchiato la donna in ripetute occasioni per obbligarla a farsi consegnare i soldi.
Diversi gli episodi di maltrattamenti. In particolare il 16 luglio 2016 l’imputato avrebbe provocato alla cugina una perforazione del timpano. Inoltre il 5 marzo 2017, colpendola al volto, le avrebbe provocato ematomi all’occhio sinistro. Il 21 aprile 2017, prendendola a schiaffi in faccia, un trauma periorbitario all’occhio destro.
A riferire in aula delle violenze anche l’ex compagno della donna, anche lui plagiato per un periodo di tempo dall’imputato che lo avrebbe convinto di avere la casa ” piena di negatività”.
“Io e le mie figlie siamo andati via perché spaventati dalle presenze – ha spiegato durante l’udienza del 25 marzo 2019 – oggi mi vergogno di dirlo, ma mi aveva fatto credere che c’erano delle negatività nella casa. Nella loro cultura è normale praticare riti vudù e io mi ero fatto plagiare non so neanche come”.
Più volte la vittima avrebbe chiamato in soccorso al telefono il suo ex compagno italiano, vedendosi sequestrare il cellulare, minacciata di botte ulteriori e di morte se avesse chiamato in aiuto i carabinieri o si fosse fatta medicare al pronto soccorso.
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